Visualizzazione post con etichetta musica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta musica. Mostra tutti i post

giovedì 29 maggio 2008

Sola, la tua voce, mi nuoce

Non è raro che di una poesia mi colpisca in particolar modo la chiusura, soprattutto quando l'autore riesce a condensare, in un unico verso, tutta la carica emotiva dispiegata nel resto del componimento:

vengo, con la presente, a te, per chiederti formalmente di esentarmi d’urgenza
dal comunicare, con te, per telefono: (io non posso battere zuccate disperate,
contro il primo muro che mi trovo a disposizione, ogni volta, capirai,
appena mollo giu’ il ricevitore):
(perché, mia diletta, io non saprò mai
separare, stralciandole, le tue parole, a parte, dai tuoi gomiti, dai tuoi alluci,
dalle tue natiche, da tutta te): (da tutto me):
sola, la tua voce, mi nuoce.

(Edoardo Sanguineti, "Vengo, con la presente")

"Sola, la tua voce, mi nuoce"... ovvero: bisogno estremo di (con)tatto, impellente necessità relazionale fondata su una corporeità, quella dell'amata, insostituibile da qualsivoglia parola, e incapacità di sostenere il distacco che si ricrea al termine di ogni conversazione.

Questa stupenda poesia, tuttavia, mi richiama alla mente una canzone (apparentemente?) di segno opposto. È il titolo, in questo caso, a condensare il messaggio esplicitato nel testo: in Please Call Me Baby, Tom Waits (che tra l'altro a luglio si esibirà anche a Barcellona e a Milano) invoca disperatamente un contatto telefonico, unico mezzo per riuscire (o provare) a colmare una distanza fisica altrimenti lacerante, e ricostruire un rapporto a quanto sembra ormai compromesso:

The evening fell just like a star
Left a trail behind
You spit as you slammed out the door
If this is love we're crazy
As we fight like cats and dogs
But I just know there's got to be more

So please call me, baby
Wherever you are
It's too cold to be out walking in the streets
We do crazy things when we're wounded
Everyone's a bit insane
I don't want you catching your death of cold
Out walking in the rain

And I admit that I ain't no angel
I admit that I ain't no saint
I'm selfish and I'm cruel but you're blind
If I exorcise my devils
Well my angels may leave too
When they leave they're so hard to find

(Chorus)

And we're always at each other's throats
You know it drives me up the wall
But most of the time I'm just blowing off steam
And I wish to God you'd leave me
Baby I wish to God you'd stay
Life's so different than it is in your dreams

(Chorus)



P.s. Ho trovato questa auto-intervista, appena pubblicata sul Corriere della Sera ("Le confessioni di Tom Waits" 1, 2, 3, 4, 5). C'è una risposta che non può non colpire chi, leggendo e rileggendo On the Road di Jack Kerouac, ha fatto del viaggio il mito della propria adolescenza: "Mia moglie ed io sulla Route 66 con una tazza di caffè, una chitarra da quattro soldi, un registratore preso dal rigattiere, una stanza del Motel 6, e una macchina in buone condizioni parcheggiata davanti alla porta". Ah, la domanda? "Che cos’è il paradiso per lei?"

martedì 27 maggio 2008

Oh yeah, we gotta sing

Oggi mi ronza in testa questa canzone. "Ronzare" non parrebbe proprio un verbo adeguato, ma le lingue sono belle anche per la loro stravaganza. Se dicessi mi "gira" in testa, o mi "frulla" in testa, le cose non cambierebbero di molto.

Dicevo... oggi è tutto il giorno che canticchio questa canzone. Non che ci sia una precisa motivazione, né ce ne sono per tornare a scrivere in questo blog, che periodicamente mi riprometto di oscurare.

Ma i Supertramp si conoscono troppo poco, e chissà che anche una breve citazione come la presente non possa contribuire a scrollare un po' di polvere dalle loro note. Anche se di polvere, chiaramente, le note non ne accumulano. Non perché siano eteree, ma perché gli anni non incidono sull'arte così come sulle persone, ahimé... (ahinoi)

Give a little bit, del "lontano" 1977, è una canzone deliziosa nella sua semplicità: dalla chitarra acustica, che la accompagna in tutta la sua durata, al vigoroso attacco di batteria; dall'energico bridge, corredato da un intrigante assolo di sassofono, al messaggio celato nelle parole. Non c'è che dire, una meravigliosa colonna sonora.


Give a little bit
Give a little bit of your love to me
I'll give a little bit
I'll give a little bit of my love to you
There's so much that we need to share
So send a smile and show you care

I'll give a little bit
I'll give a little bit of my life for you
So give a little bit
Give a little bit of your time to me
See the man with the lonely eyes
Take his hand, you'll be surprised

Give a little bit
Give a little bit of your love to me
I'll give a little bit
I'll give a little bit of my life for you
Now's the time that we need to share
So find yourself, we're on our way back home

Going home
Don't you need to feel at home?
Oh yeah, we gotta sing

giovedì 13 marzo 2008

How Can I Go On

(Fa uns mesos, a Barcelona)


Tenere un blog mi piace molto. Non sarò mai un blogger affermato, lo so. Non è questo che voglio, e non è detto che da un giorno all'altro l'indirizzo che lo accoglie non possa lasciare il posto a un triste "404 Page Not Found".
La pubblicazione quotidiana - ovvero una assidua dedicazione a uno spazio eminentemente virtuale - non fa per me. Il bello di questo "diario", difatti, sta proprio nel non avere alcuna scadenza, nel poter gestire le pubblicazioni senza alcuna intenzione programmatica. Diversamente dalla vita, e soprattutto, ahimé, dal lavoro.

Perciò, almeno nel mio caso, ogni singolo articolo ha un'origine puramente estemporanea, dettata esclusivamente dalla contingenza degli eventi, con un intervento solamente accessorio della volontà. Salvo quando, in alcuni casi particolari, una qualche coscienza razionalistica che non sapevo di avere decide di irrompere sulla scrittura e di frenari certi slanci forse inopportuni e quasi sicuramente improduttivi.

Ma non è questo il caso. Un breve viaggio in una località visitata ormai tanto tempo fa, un concerto in tv già visto e rivisto, e le mie divagazioni, frutto di (deliberate?) associazioni di idee, mi hanno portato a questa canzone foriera di ricordi ormai datati, ma a volte, a distanza d'anni, ancora vivi e, chissà, forse indelebili. Tutto qua. Dopo tutto, siamo a Barcellona. Che mi aspetta, lo so, come io aspetto lei. Ma forse l'attesa non è poi così lunga...

Ah, il video è questo. Peccato per il playback, ma la canzone, interpretata da Freddie Mercury e Montserrat Caballé, è davvero stupenda.

domenica 2 marzo 2008

...la notte ti vengo a cercare

La notte non costituisce soltanto un esplorato tema poetico, ma è essa stessa uno strumento lirico, un tempo nel quale la distanza dal proprio profondo può irrimediabilmente assottigliarsi; un intervallo, insomma, in grado di acuire fino allo spasimo uno svariato numero di percezioni e di sensazioni umane.
Non è particolarmente arduo, in effetti, pensare alla notte come a un tempo privilegiato di poesia, lo spazio di un verso, di una parola, di un sentimento che si materializza – nei limiti del possibile – attraverso dei segni grafici.
Per rendersene conto basterebbe osservare i seguenti versi di Alda Merini, la cui lettura non può che indurmi a un inevitabile e malcelato cenno di approvazione:


I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.
I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere Iddio.
Ma i poeti, nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.


(Alda Merini, “I poeti lavorano di notte”)


Ma la notte non è soltanto tempo di creazione, di scrittura, di materializzazione di un pensiero, di un moto del cuore, o dell’anima. È anche e soprattutto un tempo (“il” tempo?) esemplare, quasi primigenio, nel quale le emozioni sfuggono a qualsiasi tipo di dispersione.


Tutto ciò per arrivare a questa struggente canzone del compianto Luigi Tenco, di cui preferisco non trascrivere il testo perché coloro che non dovessero conoscerla sapranno apprezzare ancor più la poesia che racchiude ogni singolo verso (poiché le parole della canzone “sono bellissime, sono vere, sono crude, sono realiste, sono esagerate, sono conflittuali”, come ebbe a dire un altro straordinario personaggio, Augusto Daolio, storico e insostituibile leader dei Nomadi) godendo, contemporaneamente, della tenue melodia che li accompagna.

lunedì 4 febbraio 2008

...naked with the thought of finding thee

A volte la poesia può rivelarsi una costruzione estremamente fittizia. Al pari di un romanzo, o di qualsiasi altra creazione artistica, le situazioni e gli eventi rappresentati non necessariamente costituiscono un’immagine fedele della realtà, del proprio passato o delle proprie aspirazioni, ovvero dello spazio-tempo in cui siamo nostro malgrado collocati.


Affermazione banale, che tuttavia mi sembra appropriata per introdurre alcuni versi di Leonard Cohen, ben noto al pubblico per tante stupende canzoni (di cui lascio qui due straordinari esempi... due pezzi talmente stupendi che, se non mi affretto a completare questo post, rischiano di catalizzare il fluire dei miei pensieri e dirottare le dita, danzanti sulla tastiera, verso altre parole... Suzanne, ovviamente, e Dance Me to the End of Love in versione live), il quale ben ricorda l’esatta circostanza e i versi esatti – tratti dalla “Gacela del mercado matutino” di Federico García Lorca – che lo sottrassero al mondo ordinario per consegnarlo ai misteri dell’arte poetica (v. dichiarazioni del cantautore).


È chiaro, quindi, se prendiamo in considerazione i versi seguenti, che dietro un messaggio poetico – ambiguo e inenarrabile per definizione, grazie alla sua innata capacità di (ri)creare uno spazio-tempo impalpabile e simbolico –, il più delle volte si nasconde qualcosa di metaforico. Nel caso in questione, Cohen si serve di una costruzione fittizia per cercare di spiegare al lettore, ma soprattutto di giustificare a se stesso, la propria condizione presente; una condizione forse incompleta, e priva di certezze, ma ciononostante estremamente consapevole, perché libera (tutto ciò sta nel naked); un soggetto, insomma, tutto sommato fiducioso di poter trovare quel qualcosa di cui del resto, senza la poesia, avrebbe senz’altro ignorato l’esistenza:


I’d like to read
one of the poems
that drove me into poetry
I can’t remember one line
or where to look


The same thing
happened with money
girls and late evenings of talk


Where are the poems
that led me away
from everything I loved


to stand here
naked with the thought of finding thee

venerdì 28 settembre 2007

I(n)spirazioni notturne...

Vincent Van Gogh, Notte stellata sul Rodano

Converrà presto perdere, forse, questa infeconda abitudine di riservare alle ore notturne un piccolo spazio del proprio tempo, un angolo esiguo ma confortevole nel quale poter accendere delle luci e contemplare, in tal modo, svariate dimensioni nascoste della propria anima.
Dovrò pur accorgermi, un giorno, di quanto vane siano le immagini di tanti orizzonti notturni; un giorno, perderanno forse la loro nitidezza, e il profumo inebriante e rasserenante che certe forme conservano nell’istante eterno della loro apparizione.
Ma intanto, la notte ansima, e parla, con pretesti che, ammaliato, resto imperterrito ad ascoltare...



Frescor de los vidrios al apoyar la frente en la ventana.

Luces trasnochadas que al apagarse nos dejan todavía más solos.
Telaraña que los alambres tejen sobre las azoteas.
Trote hueco de los jamelgos que pasan y nos emocionan sin razón.
¿A qué nos hace recordar el aullido de los gatos en celo,
y cuál será la intención de los papeles
que se arrastran en los patios vacíos?
Hora en que los muebles viejos aprovechan para sacarse las mentiras,
y en que las cañerías tienen gritos estrangulados,
como si se asfixiaran dentro de las paredes.
A veces se piensa,
al dar vuelta la llave de la electricidad,
en el espanto que sentirán las sombras,
y quisiéramos avisarles
para que tuvieran tiempo de acurrucarse en los rincones.
Y a veces las cruces de los postes telefónicos,
sobre las azoteas,
tienen algo de siniestro
y uno quisiera rozarse a las paredes,
como un gato o como un ladrón.
Noches en las que desearíamos
que nos pasaran la mano por el lomo,
y en las que súbitamente se comprende
que no hay ternura comparable
a la de acariciar algo que duerme.

Oliverio Girondo ("Nocturno")

lunedì 23 luglio 2007

Chiaro di luna



La luna geme sui fondali del mare,

o Dio quanta morta paura
di queste siepi terrene,
o quanti sguardi attoniti
che salgono dal buio
a ghermirti nell’anima ferita.
La luna grava su tutto il nostro io
e anche quando sei prossima alla fine
senti odore di luna
sempre sui cespugli martoriati
dai mantici
dalle parodie del destino.
Io sono nata zingara,
non ho posto fisso nel mondo,
ma forse al chiaro di luna
mi fermerò il tuo momento,
quanto basti per darti
un unico bacio d’amore.

(Alda Merini, "Canto alla luna")

martedì 30 gennaio 2007

Happy birthday

Gli auguri, in realtà, avrei dovuto farglieli qualche mese fa: Strawberry Fields Forever fu infatti composta da John Lennon tra l'estate e l'autunno del 1966 (sebbene lintroduzione risuonasse da tempo nella sua mente) mentre si trovava ad Almería, in Spagna, per girare il film How I Won the War, e fu incisa nei mesi di novembre e dicembre dello stesso anno. Tuttavia, voglio approfittare di questa data perchè il 30 gennaio del 1967, esattamente 40 anni fa (...), ne venne girato il video.

Strawberry Fields Forever rappresenta uno straordinario passo avanti in quanto a editing musicale. La versione finale fu ottenuta dopo varie incisioni unendo due tracce registrate a velocità diverse e separate da un semitono di intonazione (ve ne potete accorgere dal cambio di atmosfera presente a circa un minuto dall'inizio). Il video che ne fu realizzato rappresenta uno dei primi videoclip della storia della musica in cui i musicisti non si limitano a suonare i propri strumenti, con diversi anni di anticipo, pertanto, rispetto a quanto avrebbero fatto i Queen nel 1975 con Bohemian Rhapsody.



Per ulteriori approfondimenti sulle fasi di incisione della canzone si rimanda all'accurata ricostruzione presente su YouTube: parte 1 - parte 2 - parte 3. P. s.: per veri intenditori!!!

giovedì 14 dicembre 2006

Oscar alla carriera a Ennio Morricone

È notizia di oggi il conferimento dellOscar alla carriera 2007 a Ennio Morricone. Il compositore, che in passato ha ricevuto cinque nomination (per I giorni del cielo, Mission, Gli intoccabili, Bugsy e Malèna) senza mai trionfare, riceverà la meritata statuetta il prossimo 25 febbraio durante la cerimonia di consegna degli Academy Awards.
Autore prolifico, dotato di straordinarie attitudini compositive, Ennio Morricone ha composto meravigliose colonne sonore per il cinema e per la tv; tra le più celebri, quella per Nuovo Cinema Paradiso, pellicola che valse loscar a Giuseppe Tornatore per il miglior film in lingua straniera.
Il nome di Morricone è indissolubilmente legato a quello di Sergio Leone. Indimenticabili le note che accompagnano capolavori come Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto il cattivo (la cosiddetta trilogia del dollaro), l’epico Cera una volta il west e lo struggente Cera una volta in America, film a cui presto, con ogni probabilità, dedicherò qualche riga in questo blog.
Nel frattempo godetevi questa superba interpretazione del brano Gabriels Oboe tratto dal film Mission:


sabato 9 dicembre 2006

Mad World

A proposito di musica e dell’annosa questione dei rifacimenti (le cover, oggi tanto di moda, soprattutto tra chi vive in una costante penuria di idee originali, ma non dimentichiamo che anche gruppi come i Beatles ne hanno fatte parecchie), sono certo che uno dei fattori che conducono alla preferenza di una versione piuttosto che di un’altra è il “primo ascolto”. Mi spiego: nella maggior parte dei casi, è la prima versione che si ascolta a considerare come la più affascinante, e non la prima a essere stata composta. Un primo ascolto che, ovviamente, dovrà suscitare l'attenzione dell'ascoltatore e spingerlo verso delle nuove fruizioni dello stesso motivo.

Personalmente, è questo il caso, per esempio, di Roxanne, che preferisco nella versione soft di George Michael piuttosto che in quella dei Police, formazione, tra l’altro, di cui apprezzo vivamente gran parte della produzione. Non così, invece, tanto per citarne uno, con Light My Fire di Will Young, impresentabile rispetto alla mitica ed epica versione dei Doors. Ma se non avessi conosciuto l’originale, l’avrei pensata allo stesso modo?

Ad ogni modo, questa è Mad World di Gary Jules, colonna sonora del film Donnie Darko e cover di un pezzo del 1983 dei Tears for Fears. Una versione, quella di Gary Jules, decisamente più scarna dell’originale comunque apprezzabile nella sua tipica veste elettro-pop anni ‘80 , ma piacevolmente sinuosa e sognante, che vi invito a gustare insieme alle immagini del suo incantevole video:



venerdì 24 novembre 2006

LOVE


Ho appena terminato l'ascolto di LOVE.
Emozionante, strabiliante, fantasmagorico, epico.
Non pensavo che avrei potuto apprezzare tanto un esperimento così audace sull'indiscutibile e intoccabile patrimonio artistico dei fab four. Va da sé che la conoscenza di ogni singolo pezzo è imprescindibile per captare ogni sfumatura di questo suberbo mosaico di colori, suoni e sensazioni.
Ad ogni modo, ci sarà anche chi storcerà il naso, chi si appellerà all'esacerbato purismo che io stesso fatico a mettere da parte ogniqualvolta mi imbatto in manipolazioni musicali e campionature che, non di rado, producono delle raccapriccianti scempiaggini.
Ma qui si parla di John, Paul, George e Ringo. E George Martin. Scusate se è poco.

Previa registrazione, è possibile ascoltare l'album in rete nel sito ufficiale dei Beatles.
Aggiornamento: "The 'LOVE' global listening event closed on the 28th November 2006", ma vale la pena acquistare il cd!

venerdì 8 settembre 2006

And you run and you run


Che Roger Waters abbia progettato Time quando si rese conto, compiuti 28 anni, che «he was no longer preparing for anything in life, but was right in the middle of it» (Songfacts), si può chiaramente intuire dall’emblematico attacco della canzone. La squillante sinfonia di sveglie non potrebbe essere collocata altrove: è la consapevolezza di un'esistenza transitoria, della sua caducità, che permette di porsi certi interrogativi e soffermarsi – con uno stile assolutamente epico e magniloquente – sul tema della fugacità del tempo.
Le sveglie pronunciano un nome impalpabile ma impossibile da confondere, ed è da quei trilli che parte un asfissiante ticchettio di orologio (che non coincide col tempo "reale", lo anticipa) e quelli che sembrano proprio battiti di un cuore, lento, in attesa: è il tempo vissuto in maniera cosciente, quello della consapevolezza e della nostalgia, che conduce a una riflessione che sa tanto di
carpe diem e che va degustata mi accingo ad alzare il volume con qualche watt in più del solito:


Ticking away the moments that make up a dull day
You fritter and waste the hours in an off hand way
Kicking around on a piece of ground in your home town
Waiting for someone or something to show you the way


Tired of lying in the sunshine staying home to watch the rain
You are young and life is long and there is time to kill today
And then one day you find ten years have got behind you
No one told you when to run, you missed the starting gun


And you run and you run to catch up with the sun, but it's sinking
And racing around to come up behind you again
The sun is the same in the relative way, but you’re older
Shorter of breath and one day closer to death


Every year is getting shorter, never seem to find the time
Plans that either come to naught or half a page of scribbled lines
Hanging on in quiet desperation is the english way
The time is gone, the song is over, thought I'd something more to say


(Mason, Waters, Wright, Gilmour)