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giovedì 29 maggio 2008

Sola, la tua voce, mi nuoce

Non è raro che di una poesia mi colpisca in particolar modo la chiusura, soprattutto quando l'autore riesce a condensare, in un unico verso, tutta la carica emotiva dispiegata nel resto del componimento:

vengo, con la presente, a te, per chiederti formalmente di esentarmi d’urgenza
dal comunicare, con te, per telefono: (io non posso battere zuccate disperate,
contro il primo muro che mi trovo a disposizione, ogni volta, capirai,
appena mollo giu’ il ricevitore):
(perché, mia diletta, io non saprò mai
separare, stralciandole, le tue parole, a parte, dai tuoi gomiti, dai tuoi alluci,
dalle tue natiche, da tutta te): (da tutto me):
sola, la tua voce, mi nuoce.

(Edoardo Sanguineti, "Vengo, con la presente")

"Sola, la tua voce, mi nuoce"... ovvero: bisogno estremo di (con)tatto, impellente necessità relazionale fondata su una corporeità, quella dell'amata, insostituibile da qualsivoglia parola, e incapacità di sostenere il distacco che si ricrea al termine di ogni conversazione.

Questa stupenda poesia, tuttavia, mi richiama alla mente una canzone (apparentemente?) di segno opposto. È il titolo, in questo caso, a condensare il messaggio esplicitato nel testo: in Please Call Me Baby, Tom Waits (che tra l'altro a luglio si esibirà anche a Barcellona e a Milano) invoca disperatamente un contatto telefonico, unico mezzo per riuscire (o provare) a colmare una distanza fisica altrimenti lacerante, e ricostruire un rapporto a quanto sembra ormai compromesso:

The evening fell just like a star
Left a trail behind
You spit as you slammed out the door
If this is love we're crazy
As we fight like cats and dogs
But I just know there's got to be more

So please call me, baby
Wherever you are
It's too cold to be out walking in the streets
We do crazy things when we're wounded
Everyone's a bit insane
I don't want you catching your death of cold
Out walking in the rain

And I admit that I ain't no angel
I admit that I ain't no saint
I'm selfish and I'm cruel but you're blind
If I exorcise my devils
Well my angels may leave too
When they leave they're so hard to find

(Chorus)

And we're always at each other's throats
You know it drives me up the wall
But most of the time I'm just blowing off steam
And I wish to God you'd leave me
Baby I wish to God you'd stay
Life's so different than it is in your dreams

(Chorus)



P.s. Ho trovato questa auto-intervista, appena pubblicata sul Corriere della Sera ("Le confessioni di Tom Waits" 1, 2, 3, 4, 5). C'è una risposta che non può non colpire chi, leggendo e rileggendo On the Road di Jack Kerouac, ha fatto del viaggio il mito della propria adolescenza: "Mia moglie ed io sulla Route 66 con una tazza di caffè, una chitarra da quattro soldi, un registratore preso dal rigattiere, una stanza del Motel 6, e una macchina in buone condizioni parcheggiata davanti alla porta". Ah, la domanda? "Che cos’è il paradiso per lei?"

lunedì 17 marzo 2008

Sensi non ho; né senso. Non ho limite.

(Aran Islands... se non ricordo male!)


Potessi almeno costringere
in questo mio ritmo stento
qualche poco del tuo vaneggiamento;
dato mi fosse accordare
alle tue voci il mio balbo parlare: –
io che sognava rapirti
le salmastre parole
in cui natura ed arte si confondono,
per gridar meglio la mia malinconia
di fanciullo invecchiato che non doveva pensare.
Ed invece non ho che le lettere fruste
dei dizionari, e l’oscura
voce che amore detta s’affioca,
si fa lamentosa letteratura.
Non ho che queste parole
che come donne pubblicate
s’offrono a chi le richiede;
non ho che queste frasi stancate
che potranno rubarmi anche domani
gli studenti canaglie in versi veri.
Ed il tuo rombo cresce, e si dilata
azzurra l’ombra nuova.
M’abbandonano a prova i miei pensieri.
Sensi non ho; né senso. Non ho limite.


(Eugenio Montale, da Ossi di seppia)


Scrivere simili versi presuppone una coscienza (e una conoscenza) estremamente chiara del gesto poetico, ma presuppone anche una profonda coscienza (idem) del proprio stato, della propria condizione vitale ed emozionale, nonostante l’azione particolarmente ottenebrante del disincanto.

Costringere un vaneggiamento in un ritmo, convogliarlo in versi, rappresenta effettivamente un’operazione complicata, sia esso il vaneggiamento di un’inquieta distesa d’acqua marina, sia esso, perché no, il vaneggiamento di una intrigante figura femminile. In parecchi casi le parole non liberano, non risolvono, e mai sostituiscono, sebbene, grazie alla poesia, consentano a volte di rappresentare l’indescrivibile e di raccontare l’inenarrabile, e possano rappresentare l’evoluzione – in forma di letteratura – di un amore indebolito, o di un canto inascoltato.

In ogni caso, rifacendomi agli ultimi versi della lirica, di tanto in tanto mi risulta inevitabile pensare (così, giusto per intravedere uno spiraglio, una fessura, uno squarcio nell’ordinarietà), che la poesia, nel bene o nel male, che si scriva o che si viva soltanto, non contempli la parola limite.

mercoledì 5 marzo 2008

Ese nevar lo habría inventado ya en su sueño

Stamattina, non molto lontano da qui


Sníh začal padat o půlnoci. A je věru pravda,
že se nejlíp sedí v kuchyni,
i kdyby to byla kuchyně nespavosti.
Je tam teplo, vaříš si něco, piješ víno
a hledíš oknem do důvěrné věčnosti.
Co by ses trápil, zda narození a smrt jsou jenom body,
když přece život není přímka.
Co by ses mučil pohledem do kalendáře
a staral se, kolik je ve hře.
A co bys doznával, že nemáš
na střevíčky pro Saskii?
A pročpak by ses holedbal,
že trpíš víc než jiní.

I kdyby na zemi nebylo ticha,
to sněžení je už vysnilo.
Jsi sám. Co nejmíň gest. Nic na odiv.

(Vladimir Holan, "Snih")


***

La nieve empezó a caer a medianoche. Y es verdad
que donde se está mejor es sentado en la cocina
aunque sea la cocina del insomnio.
Allí hace calor, te preparas algo, bebes vino
y miras por la ventana la eternidad familiar.
Por qué ibas a torturarte por saber si nacimiento y muerte
son sólo puntos,
puesto que la vida no es una línea recta.
Por qué ibas a atormentarte al ver el calendario
y a preocuparte por el valor que está en juego.
¿Y por qué ibas a admitir que no tienes
ni para zapatos para Saskia?
¿Y por qué ibas a envanecerte
de que sufres más que los demás?

Aunque en la tierra no existiera el silencio
ese nevar lo habría inventado ya en su sueño.
Estás solo. Ningún gesto. Nada de qué hacer gala.

(Vladimir Holan, "Nieve")

domenica 2 marzo 2008

...la notte ti vengo a cercare

La notte non costituisce soltanto un esplorato tema poetico, ma è essa stessa uno strumento lirico, un tempo nel quale la distanza dal proprio profondo può irrimediabilmente assottigliarsi; un intervallo, insomma, in grado di acuire fino allo spasimo uno svariato numero di percezioni e di sensazioni umane.
Non è particolarmente arduo, in effetti, pensare alla notte come a un tempo privilegiato di poesia, lo spazio di un verso, di una parola, di un sentimento che si materializza – nei limiti del possibile – attraverso dei segni grafici.
Per rendersene conto basterebbe osservare i seguenti versi di Alda Merini, la cui lettura non può che indurmi a un inevitabile e malcelato cenno di approvazione:


I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.
I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere Iddio.
Ma i poeti, nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.


(Alda Merini, “I poeti lavorano di notte”)


Ma la notte non è soltanto tempo di creazione, di scrittura, di materializzazione di un pensiero, di un moto del cuore, o dell’anima. È anche e soprattutto un tempo (“il” tempo?) esemplare, quasi primigenio, nel quale le emozioni sfuggono a qualsiasi tipo di dispersione.


Tutto ciò per arrivare a questa struggente canzone del compianto Luigi Tenco, di cui preferisco non trascrivere il testo perché coloro che non dovessero conoscerla sapranno apprezzare ancor più la poesia che racchiude ogni singolo verso (poiché le parole della canzone “sono bellissime, sono vere, sono crude, sono realiste, sono esagerate, sono conflittuali”, come ebbe a dire un altro straordinario personaggio, Augusto Daolio, storico e insostituibile leader dei Nomadi) godendo, contemporaneamente, della tenue melodia che li accompagna.

martedì 19 febbraio 2008

L'année dernière à Marienbad


L'année dernière à Marienbad, film diretto da Alain Resnais e sceneggiato da Alain Robbe-Grillet, fautore del "noveau roman" e scomparso ieri all'età di 85 anni, può essere efficacemente descritto con una sola parola. Ipnotico. Ma non è una definizione riduttiva, né tantomeno deve intendersi come l'unica definizione possibile. Non è riduttiva perché il film si configura fin dalla primissima scena come un'ipnosi estremamente seducente, un'esperienza estetica in grado di sottrarre lo spettatore alla contingenza della visione e di destabilizzare la sua percezione temporale quasi quanto appare destabilizzata quella della protagonista. E non è l'unica che utilizzerei perché la complessità dell'intreccio - tutt'altro che fine a se stessa - ingenera numerose possibilità interpretative, tutte egualmente possibili nella misura in cui si considerano possibili - sincere o mendaci che siano - le testimonianze dei due ipotetici amanti.

Ma in fondo il film - e ciò a mio avviso può soltanto rappresentare un indubitabile pregio - non è altro che un'ordinaria storia d'amore, nella quale, tuttavia, l'enfasi ricade perentoriamente sulle sue componenti di straordinarietà, quella parte velata della passione amorosa che caratterizza ogni storia degna di essere rappresentata, e pertanto degna di essere vissuta. Ed è proprio in considerazione della dignità della storia che l'uomo racconta, che la donna - consapevole o no del proprio passato - decide di seguirlo.

L'enigma al quale lo spettatore si trova di fronte non necessita di alcuna soluzione, perché inesorabilmente enigmatico è l'amore, e altrettanto lo è il tempo. E quando la donna se ne rende conto, avverte la sterilità di tanti tuffi nella memoria e di tante taciute ed evanescenti prefigurazioni del proprio futuro, per abbandonarsi, finalmente, all'unica intensità cosciente e tangibile, quella della fuga, quella dell'istante.

lunedì 4 febbraio 2008

...naked with the thought of finding thee

A volte la poesia può rivelarsi una costruzione estremamente fittizia. Al pari di un romanzo, o di qualsiasi altra creazione artistica, le situazioni e gli eventi rappresentati non necessariamente costituiscono un’immagine fedele della realtà, del proprio passato o delle proprie aspirazioni, ovvero dello spazio-tempo in cui siamo nostro malgrado collocati.


Affermazione banale, che tuttavia mi sembra appropriata per introdurre alcuni versi di Leonard Cohen, ben noto al pubblico per tante stupende canzoni (di cui lascio qui due straordinari esempi... due pezzi talmente stupendi che, se non mi affretto a completare questo post, rischiano di catalizzare il fluire dei miei pensieri e dirottare le dita, danzanti sulla tastiera, verso altre parole... Suzanne, ovviamente, e Dance Me to the End of Love in versione live), il quale ben ricorda l’esatta circostanza e i versi esatti – tratti dalla “Gacela del mercado matutino” di Federico García Lorca – che lo sottrassero al mondo ordinario per consegnarlo ai misteri dell’arte poetica (v. dichiarazioni del cantautore).


È chiaro, quindi, se prendiamo in considerazione i versi seguenti, che dietro un messaggio poetico – ambiguo e inenarrabile per definizione, grazie alla sua innata capacità di (ri)creare uno spazio-tempo impalpabile e simbolico –, il più delle volte si nasconde qualcosa di metaforico. Nel caso in questione, Cohen si serve di una costruzione fittizia per cercare di spiegare al lettore, ma soprattutto di giustificare a se stesso, la propria condizione presente; una condizione forse incompleta, e priva di certezze, ma ciononostante estremamente consapevole, perché libera (tutto ciò sta nel naked); un soggetto, insomma, tutto sommato fiducioso di poter trovare quel qualcosa di cui del resto, senza la poesia, avrebbe senz’altro ignorato l’esistenza:


I’d like to read
one of the poems
that drove me into poetry
I can’t remember one line
or where to look


The same thing
happened with money
girls and late evenings of talk


Where are the poems
that led me away
from everything I loved


to stand here
naked with the thought of finding thee

lunedì 14 gennaio 2008

Enivrez-vous

(Barcelona, dicembre 2007)

Rituffatomi, ormai, nella quotidianità della mia piccola città, la domenica odierna – una giornata uggiosa di battistiana memoria – è stata il pretesto per stappare una bottiglia di vino regalatami da due cari amici prima di ripartire per l’Italia e che fino a oggi avevo gelosamente conservato. Si tratta di un particolare rosso del Priorat (comarca situata nel sud della Catalogna e famosa per la produzione di alcuni fra i rossi più prestigiosi della penisola iberica) che non vedevo l'ora di degustare, incuriosito dalla sua peculiare composizione: Garnatxa, Cabernet Sauvignon, Merlot, Mazuelo e Syrah.


Seppur tentato di esibirmi in acrobatici voli pindarici per rimarcare la prelibatezza del vino e comunicare le meravigliose sensazioni suscitatemi dal nettare, mi limiterò alla riproduzione di un interessante componimento di Charles Baudelaire, poiché vino e poesia molto hanno in comune, sempre che l’uno sia realmente vino, e l’altra realmente poesia, ché troppe ne esistono, dell’uno e dell’altra, di scadenti imitazioni. E non farebbe male, di tanto in tanto, alzare il gomito per raggiungere dei versi, assaporarli con calma oppure con veemenza, lasciare che scaldino o brucino il corpo e consentano agli occhi di intravedere bagliori finanche inesistenti, bloccando così un altrimenti inesorabile scorrere del Tempo:


Il faut être toujours ivre. Tout est là: c'est l'unique question. Pour ne pas sentir l’horrible fardeau du Temps qui brise vos épaules et vous penche vers la terre, il faut vous enivrer sans trêve.
Mais de quoi? De vin, de poésie ou de vertu, à votre guise. Mais enivrez - vous.
Et si quelquefois, sur les marches d'un palais, sur l’herbe verte d’un fossé, dans la solitude morne de votre chambre, vous vous réveillez, l’ivresse déjà diminuée ou disparue, demandez au vent, à la vague, à l’étoile, à l'oiseau, à l’horloge, à tout ce qui fuit, à tout ce qui gémit, à tout ce qui roule, à tout ce qui chante, à tout ce qui parle, demandez quelle heure il est; et le vent, la vague, l'étoile, l'oiseau, l'horloge, vous répondront: “Il est l'eure de s’enivrer! Pour n'être pas les esclaves martyrisés du Temps, enivrez-vous sans cesse ! De vin, de poésie ou de vertu, à votre guise”.

(Charles Baudelaire, Enivrez-vous)

***

Bisogna esser sempre ubriachi. Tutto sta in questo: è l’unico problema. Per non sentire l’orribile fardello del Tempo che rompe le vostre spalle e vi inclina verso la terra, bisogna che vi ubriachiate senza tregua.
Ma di che? Di vino, di poesia o di virtù, a piacer vostro, ma ubriacatevi.
E se qualche volta, sui gradini d
un palazzo, sull’erba verde dun fossato, nella mesta solitudine della vostra camera, vi risvegliate con l’ubriachezza già diminuita o scomparsa, domandate al vento, all’onda, alla stella, all’uccello, all’orologio, a tutto ciò che fugge, a tutto ciò che geme, a tutto ciò che ruota, a tutto ciò che canta, a tutto ciò che parla, domandate che ora è; e il vento, l'onda, la stella, l'uccello, l'orologio, vi risponderanno: È lora di ubriacarsi! Per non esser gli schiavi martirizzati del Tempo, ubriacatevi; ubriacatevi senza smettere! Di vino, di poesia o di virtù, a piacer vostro”.

(Charles Baudelaire, Ubriacatevi)

domenica 30 dicembre 2007

Poema

(Barcelona, qualche settimana fa)

És cert
que no tinc diners
i és patent que la major part de
monedes són de xocolata;
però si agafeu aquest full,
el doblegueu pel llarg
en dos rectangles,
després en quatre,
f
eu llavors un plec
oblic amb els quatre
papers i el separeu
en dos gruixos,
obtindreu
un ocell que mourà
les ales.

(Joan Brossa, "Poema")

In questo caso, purtroppo, il consiglio di Joan Brossa risulta difficilmente applicabile. Ma solo in apparenza, poiché la poesia ha ali anche quando a visualizzarla sono dei pixel. Il problema è un altro: piegare un foglio, vederlo prendere il volo, sono azioni in realtà negate alla "inmensa mayoría" per la sua stessa incapacità di staccarsi dal suolo. C'è una distanza incolmabile tra riuscire a volare e credere di saper volare, per questo sono pochi coloro che si bruciano. Il sole rimane, il più delle volte, una stella irraggiungibile; un bagliore confuso, di cui non se ne sente la necessità, e si finisce per accontentarsi di pomeriggi nebbiosi e pungenti come questo. Ma fortunatamente, in qualche luogo e in qualche tempo - anche questo è sicuro -, qualcuno starà piegando un foglio. O la propria vita.

domenica 9 dicembre 2007

Les lieux sont des personnes


Les lieux sont des personnes, mais des personnes qui ne changent pas et que nous retrouvons souvent après bien longtemps, en nous étonnant de ne plus nous y retrouver les mêmes, ou surtout en nous étonnant de nous y retrouver les mêmes n’ayant rien fait depuis que nous les avons quittés, n’ayant rien fait pour nous rapprocher du bonheur où nous invitaient leurs flots aussi bleus, aussi enfantins alors qu’ils le sont aujourd’hui. Les lieux son des personnes à qui l'humanité qui est en nous a donné une physionomie – non pas humaine, car c’est une physionomie de lieux, mais une physionomie de personne, de personne qui se configure avec une cathédrale sur une falaise, un enfoncement d’estuaire dans le lointain, des champs surélevés quand on sort dans la campagne après la petite ville. Physionomies qui font que rien ne nous les remplace, que nous pensons bien souvent au plaisir de les revoir, physionomie qui est en nous autant qu’en eux, que rien qu’eux ne pouvait nous donner, mais que rien que nous ne peut peut-êutre leur donner, si bien qu’ils la garderont après notre mort.


Marcel Proust, Jean Santeuil


***

Los lugares son personas, pero personas que no cambian y a las que solemos encontrar al cabo de mucho tiempo, extrañándonos de no encontrarnos en ellos los mismos, o sobre todo de encontrarnos los mismos, no habiendo hecho nada desde que los dejamos, no habiendo hecho nada por acercarnos a la felicidad a la que nos invitaban sus olas tan azules, tan niñas, entonces como lo son hoy. Los lugares son personas a las que la humanidad que está en nosotros ha dado una fisonomía – no una fisonomía humana, pues es una fisonomía de lugares, sino una fisonomía de persona, de persona que se configura con una catedral en un acantilado, un estuario que se pierde en la lejanía, unos campos prominentes cuando se sale al campo pasada la pequeña población. Fisonomías que nada nos las reemplaza, que nos hacen pensar muchas veces en el placer de volver a verlas, fisonomías que están en nosotros tanto como en esos lugares, que sólo ellos podían darnos, pero que quizá sólo nosotros podemos darles, tanto que las conservarán después de nuestra muerte. (Traduzione di Consuelo Berges)


Avevo intenzione di scrivere qualcosa i prossimi giorni, quando sarei stato più prossimo alla partenza, ma due fatti pressoché concomitanti mi hanno spinto ad anticipare i tempi: aver incontrato questo frammento letterario, straordinariamente adatto a descrivere il rapporto che mi lega alla città di Barcellona, e poter disporre della macchina fotografica nel bel mezzo del meraviglioso tramonto che stasera ha trasformato il porto e la spiaggia in una tela gigante, assai simile al tramonto gaditano immortalato esattamente due anni fa e che accompagna il mio profilo. Inoltre, stanotte i ricordi si sovrappongono, si confondono, vorticano nella memoria, e il tempo aggredito da mille supposizioni e gravato da tante, troppe responsabilità finisce ancora una volta per sgretolarsi...


Time present and time past
Are both perhaps present in time future,
And time future contained in time past.
If all time is eternally present
All time is unredeemable.
What might have been is an abstraction
Remaining a perpetual possibility
Only in a world of speculation.
What might have been and what has been
Point to one end, which is always present.
Footfalls echo in the memory
Down the passage which we did not take
Towards the door we never opened
Into the rose-garden. My words echo
Thus, in your mind.
But to what purpose
Disturbing the dust on a bowl of rose-leaves
I do not know.


(T.S. Eliot, Four Quartets, "Burnt Norton", I)

venerdì 7 dicembre 2007

I fondatori dell'alba



I fondatori dell'alba, di Renato Prada Oropeza

A cura di Antonio Melis

Traduzione di Katia Boccanera


Dalla prefazione di Antonio Melis:


Nel 1969 il Premio Casa de las Américas per il romanzo proietta a livello internazionale il nome del giovane scrittore boliviano Renato Prada Oropeza. Nonostante la stretta vicinanza con gli avvenimenti narrati, Prada Oropeza tratta il tema della guerriglia con un’operazione letteraria di grande ricchezza e complessità. Rifiuta decisamente il realismo tradizionale, legato a una rappresentazione cronachistica e lineare dei fatti. Sceglie invece di intrecciare i tempi e gli scenari, attraverso sovrapposizioni e alternanze che rispecchiano la sua adesione allo sperimentalismo narrativo ormai presente con forza nella letteratura ispanoamericana degli anni Sessanta. Ne risulta una sorta di mosaico o di caleidoscopio, che rende conto di una realtà profondamente lacerata. Nella caratterizzazione dei personaggi non c’è nessuna forma di schematismo ideologico, ma la volontà di comprendere dall’interno le loro opposte ragioni.
Le scene di guerra, descritte con grande maestria, sono precedute da alcuni antefatti essenziali per comprendere l’articolazione del romanzo. Uno dei combattenti nelle file della guerriglia è un ex-seminarista, che è entrato in conflitto con l’istituzione ecclesiastica e con la sua famiglia. Proprio il suo percorso profondamente cristiano lo ha portato a una scelta di lotta in cui si mette in gioco la stessa vita. C’è qui l’eco della teologia della liberazione che comincia ad essere elaborata proprio in quegli anni e, più in generale, della presa di coscienza rivoluzionaria di ampi settori cristiani in America Latina, in contrasto con una Chiesa ufficiale legata al potere ed estranea al mondo e alla sofferenza degli uomini. L’esempio più clamoroso fu allora quello del sacerdote colombiano Camilo Torres, proveniente da una delle famiglie dell’oligarchia, che si unì alla guerriglia, cadendo in battaglia.
Ma altrettanta attenzione viene dedicata agli uomini, di estrazione popolare, che partecipano alla repressione del movimento armato. Anche loro sono persone reali, con le loro miserie e le loro contraddizioni, e non semplici maschere del potere. Conoscono amicizie e amori e sviluppano forme intense di complicità e di lealtà verso chi condivide la loro sorte. Sono la punta più avanzata di una sfasatura fra la lotta dei guerriglieri, animata da forti ideali di giustizia e di internazionalismo, e l’indifferenza e la passività della popolazione, che culminerà nella delazione decisiva di un’anziana donna del popolo. Insieme ai guerriglieri, i soldati governativi sono parte di uno stesso meccanismo che sfugge ad ogni controllo ed è percorso dall’ombra inquietante della morte.
Il risultato complessivo è una coralità di voci dissonanti, che ci restituisce la tragedia vissuta quarant’anni fa dalla Bolivia nella sua integralità, attraverso l’uso sapiente della prima e della terza persona e l’inserimento di un diario che allude chiaramente a quello del Che. Proprio per questo il romanzo, scritto a ridosso di avvenimenti che hanno commosso il mondo, continua a conservare intatto il suo fascino. Il tempo, anzi, ha conferito rilievo ad alcune intuizioni di fondo di questo testo, sempre risolte attraverso la narrazione e non affidate a enunciazioni programmatiche astratte. E così, in queste pagine, non troviamo il teorico della guerriglia, ma il sognatore che, insieme a un pugno di altri sognatori, aveva inseguito l’utopia di un uomo nuovo.

sabato 1 dicembre 2007

Si una tarda

(Vesprejant al Montjuïc: el sol cremant-ho tot, vist des de l'anell olímpic)


Si una tarda
plou la tristesa i lluen sota el baf
les carrosseries dels cotxes, tot creuant
els semàfors, el fang i el fàstic
de la ciutat humida;
si una tarda
un surt cansat de fer feina i plou,
i plou la tristesa i plou tant que els cecs
s'arrufen sota els portals dins la seva ceguesa,
com pot un aguantar els ulls de les nines
boges, els ulls de les nines lletges!
La letargia, la tarda, la pluja, la pena,
l'esfondrament general,
el neguen tant a un, que un s'aferra,

a on sigui, a una cançoneta grisa i d'amor,
brufada d'esperit.


(Miquel Bauçà, "Si una tarda")

mercoledì 14 novembre 2007

Passato

Nella Rima IV, Gustavo Adolfo Bécquer traccia una linea di demarcazione tra poesia e scrittura poetica, identificando la seconda come una mera manifestazione fisica della prima: “No digáis que, agotado su tesoro, / de asuntos falta, enmudeció la lira; / podrá no haber poetas; pero siempre / habrá poesía” (vv. 1-4).


Sì, probabilmente aveva ragione: il futuro potrà fare a meno di poeti, ovvero di individui in grado di generare poesia attraverso la propria scrittura, ma in ogni caso, “mientras – per esempio – sentirse puedan en un beso / dos almas confundidas” (vv. 33-34), l’essenza poetica non verrà meno.


Nel frattempo, però, la quotidianità letteraria a cui spero di non dovermi mai disabituare mi consente di imbattermi in un ampio numero di poeti. Alcuni di essi irrompono con una forza dirompente, tanto che maledico (o benedico, chissà...) la mancanza di tempo (e di occasioni) che non mi permette di leggere e di assaporare tutti i versi che mi capitano sotto gli occhi. E, parallelamente, lo stesso rammarico mi affligge pensando a tutti quei versi non scritti che volteggiano ripetutamente davanti ai miei occhi.

Non ho intenzione di trasformare questo blog in un diario personale. Forse perché tutto sommato lo è già, o forse perché non credo che la qualità degli articoli ne gioverebbe. Mi basterà dire che il tempo costituisce ultimamente uno dei temi fondamentali delle mie riflessioni critiche; anche per questo, la lirica di Vincenzo Cardarelli si coniuga perfettamente con le ricerche che sto conducendo e ben si addice al presente articolo. Ma non solo per tale motivo la riproduco qui di seguito. Sono versi che non scivolano via senza lasciare un segno, e gli ultimi due - semplicemente, senza utilizzare alcun artificio retorico - sono tra i più belli che io abbia mai incontrato:



I ricordi, queste ombre troppo lunghe
del nostro breve corpo,
questo strascico di morte
che noi lasciamo vivendo
i lugubri e durevoli ricordi,
eccoli già apparire:
melanconici e muti
fantasmi agitati da un vento funebre.
E tu non sei più che un ricordo.
Sei trapassata nella mia memoria.
Ora sì, posso dire che
che m’appartieni
e qualche cosa fra di noi è accaduto
irrevocabilmente.
Tutto finì, così rapito!
Precipitoso e lieve
il tempo ci raggiunse.
Di fuggevoli istanti ordì una storia
ben chiusa e triste.
Dovevamo saperlo che l’amore
brucia la vita e fa volare il tempo.

(Vincenzo Cardarelli, “Passato”)

martedì 16 ottobre 2007

Notturno


All’imbrunire quella della Barceloneta non sembra la spiaggia di una metropoli. Le luci dei lampioni non hanno ancora l’altera imponenza che tra qualche minuto inizieranno a rivendicare e aspettano, più o meno pazientemente, di poter rimpiazzare il chiarore tiepido e rassicurante di una mite serata autunnale.
È in questi momenti che rimpiango di non possedere una buona macchina fotografica, in grado di fissare, con dovizia di particolari, i cangianti colori dell’orizzonte e le seducenti movenze della luna, che paiono accennare una nuova, ammaliante danza proprio di fronte ai miei occhi. Ma so che in fondo sarebbe inutile, poiché non costituirebbe che un singolo, isolato istante del loro intenso movimento, ben più durevole benché fugace, malinconico e inebriante, mentre si offrono incondizionatamente allo spirito umano e lo guidano dalla radiosità del giorno ai misteri della notte.
E nel bel mezzo della notte, mentre scrivo queste parole e riguardo questa foto, scattata ieri, mi sovvengono alcuni meravigliosi versi di Cesare Pavese:


La collina è notturna, nel cielo chiaro.
Vi s'inquadra il tuo capo, che muove appena
e accompagna quel cielo. Sei come una nube
intravista fra i rami. Ti ride negli occhi
la stranezza di un cielo che non è il tuo.

La collina di terra e di foglie chiude
con la massa nera il tuo vivo guardare,
la tua bocca ha la piega di un dolce incavo
tra le coste lontane. Sembri giocare
alla grande collina e al chiarore del cielo:
per piacermi ripeti lo sfondo antico
e lo rendi più puro.

Ma vivi altrove.
Il tuo tenero sangue si è fatto altrove.
Le parole che dici non hanno riscontro
con la scabra tristezza di questo cielo.
Tu non sei che una nube dolcissima, bianca
impigliata una notte fra i rami antichi.

(Cesare Pavese, “Notturno”)

sabato 6 ottobre 2007

Giornata degli animali 6-7 ottobre 2007

Tommy & Pallina


Il 6 e il 7 ottobre 2007 in Italia si celebra la giornata degli animali. Per ulteriori informazioni vi invito a visitare il sito dell’ENPA, Ente Nazionale Protezione Animali.
Molto è stato fatto per scrollarci di dosso certe tradizioni ataviche e disumane, ma molto res
ta ancora da fare, in Italia come in Spagna e in molti altri paesi solitamente definiti civili. Con un intento sufficientemente polemico, vorrei ricordare questa celebre affermazione del Mahatma Gandhi: «La grandezza e il progresso morale di una nazione si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali» e, per chi ne capirà il nesso, o anche soltanto per chi saprà godere della meravigliosa prosa lirica di Juan Ramón Jiménez, il primo, celeberrimo capitolo di Platero y yo, nel quale lo scrittore fornisce una dolcissima descrizione dell'asinello Platero:


Platero es pequeño, peludo, suave; tan blando por fuera, que se diría todo de algodón, que no lleva huesos. Sólo los espejos de azabache de sus ojos son duros cual dos escarabajos de cristal negro.
Lo dejo suelto, y se va al prado, y acaricia tibiamente con su hocico, rozándolas apenas, las florecillas rosas, celestes y gualdas... Lo llamo dulcemente: "¿Platero?", y viene a mí con un trotecillo alegre que parece que se ríe, en no sé qué cascabeleo ideal...
Come cuanto le doy. Le gustan las naranjas mandarinas, las uvas moscateles, todas de ámbar, los higos morados, con su cristalina gotita de miel...
Es tierno y mimoso igual que un niño, que una niña...; pero fuerte y seco como de piedra. Cuando paso sobre él los domingos, por las últimas callejas del pueblo, los hombres del campo, vestidos de limpio y despaciosos, se quedan mirándolo:
Tiene acero...
Tiene acero. Acero y plata de luna, al mismo tiempo.

mercoledì 3 ottobre 2007

Codicil d'un poeta



Us llego, amics, senzillament,

els tres quefers humils de sempre:
viure (i menjar) amb decòrum cada dia;
si podeu, endegar cobegança i luxúria;
pensar (creure o dubtar)
en la certesa i les hipòtesis
de la mort de la carn i la vida nova de l’ànima.

No hi ha res més a fer; i ja basta.
La resta és literatura.

(Pere Quart, "Codicil d'un poeta")

Quante, tra le molteplici possibilità di azione concesse all’essere umano, sono effettivamente indispensabili per la nostra esistenza? Quanti di noi si limitano, il più delle volte, a soddisfare i propri bisogni primari, senza cercare di scalfire una quotidianità spesso grigia – come questa giornata barcellonese – e banale, ma tutto sommato confortevole?
Joan Oliver – in arte Pere Quart – le elenca, brevemente, in una deliziosa lirica, concisa ma efficace. Il resto, scrive, è letteratura. Tutto il resto. Ovvero, la libertà, la fantasia, il sogno, la capacità di vivere (non soltanto leggere, o scrivere) una dimensione in più, aprire porte serrate, accorgersi di infinite sfumature, assaggiare frutti proibiti, raggiungere profondità nascoste. Scrivere, leggere e, soprattutto, convertire parole in pensieri, azioni, per superare la limitatezza di un’altrimenti tediosa e irritante realtà.

venerdì 28 settembre 2007

I(n)spirazioni notturne...

Vincent Van Gogh, Notte stellata sul Rodano

Converrà presto perdere, forse, questa infeconda abitudine di riservare alle ore notturne un piccolo spazio del proprio tempo, un angolo esiguo ma confortevole nel quale poter accendere delle luci e contemplare, in tal modo, svariate dimensioni nascoste della propria anima.
Dovrò pur accorgermi, un giorno, di quanto vane siano le immagini di tanti orizzonti notturni; un giorno, perderanno forse la loro nitidezza, e il profumo inebriante e rasserenante che certe forme conservano nell’istante eterno della loro apparizione.
Ma intanto, la notte ansima, e parla, con pretesti che, ammaliato, resto imperterrito ad ascoltare...



Frescor de los vidrios al apoyar la frente en la ventana.

Luces trasnochadas que al apagarse nos dejan todavía más solos.
Telaraña que los alambres tejen sobre las azoteas.
Trote hueco de los jamelgos que pasan y nos emocionan sin razón.
¿A qué nos hace recordar el aullido de los gatos en celo,
y cuál será la intención de los papeles
que se arrastran en los patios vacíos?
Hora en que los muebles viejos aprovechan para sacarse las mentiras,
y en que las cañerías tienen gritos estrangulados,
como si se asfixiaran dentro de las paredes.
A veces se piensa,
al dar vuelta la llave de la electricidad,
en el espanto que sentirán las sombras,
y quisiéramos avisarles
para que tuvieran tiempo de acurrucarse en los rincones.
Y a veces las cruces de los postes telefónicos,
sobre las azoteas,
tienen algo de siniestro
y uno quisiera rozarse a las paredes,
como un gato o como un ladrón.
Noches en las que desearíamos
que nos pasaran la mano por el lomo,
y en las que súbitamente se comprende
que no hay ternura comparable
a la de acariciar algo que duerme.

Oliverio Girondo ("Nocturno")

lunedì 17 settembre 2007

A Barcelona, un altre cop

Ogni ritorno a Barcellona porta con sé svariati ritorni: strade, palazzi, volti, suoni, libri, ricordi. Ciononostante, le immagini del passato lentamente svaniscono, dolcemente sostituite dalla vivida presenza di una realtà che, fragile eppur instancabile, lotta caparbiamente contro le arroganti pretese della memoria.

Intanto, i miei passi avvolgono tanti ostinati pensieri, e lungo il Moll de la Fusta la statua di Joan Salvat-Papasseit mi richiama alla mente alcuni dei suoi versi più intensi, rammentando – a me e a quanti, transitando davanti al profilo del poeta, ricorderanno i medesimi versi – i pericoli di chi, incoscientemente, si espone alla scure del tempo senza tentare alcuna disperata fuga, prima che sia il tempo a dileguarsi (“Chi tempo aspetta – scrisse Lorenzo il Magnifico –, assai tempo si strugge: / e ‘l tempo non aspetta, ma via fugge”), prima che il tempo privi il corpo delle più umane (le più sensuali) tra le sue passioni:


Si en saps el pler no estalviïs el bes
que el goig d'amar no comporta mesura.
Deixa't besar, i tu besa després
que és sempre als llavis que l'amor perdura.

No besis, no, com l'esclau i el creient,
mes com vianant a la font regalada.
Deixa't besar -sacrifici fervent-
com més roent més fidel la besada.

¿Què hauries fet si mories abans
sense altre fruit que l'oreig en ta galta?
Deixa't besar, i en el pit, a les mans,
amant o amada -la copa ben alta.

Quan besis, beu, curi el veire el temor:
besa en el coll, la més bella contrada.
Deixa't besar i si et quedava enyor
besa de nou, que la vida és comptada.

(Joan Salvat-Papasseit, “Mester d’amor”)

sabato 1 settembre 2007

“Cuando uno subraya un libro…”

In una interessantissima intervista rilasciata nel 1976, Julio Cortázar confessa di appartenere “a esa especie siniestra que lee los libros con un lápiz al alcance de la mano, subrayando y marcando” e, riprendendo una fonte non meglio precisata, afferma: “alguien dijo, no sé quién, que cuando uno subraya un libro se subraya a sí mismo, y es cierto”.
Chissà se la stessa cosa non valga anche per chi inserisce delle poesie in un blog. Il più delle volte il diarista non cerca infatti, in maniera analoga, di sottolineare un’esperienza simile a quella del poeta citato, o di rimarcare l’affinità tra la propria sensibilità e quella espressa dai versi trascritti?
Può darsi. Magari anche quando un impulso irrefrenabile di aggiornare il proprio blog spinge uno di essi a selezionare, in tre minuti o poco più, questa meravigliosa lirica del già menzionato scrittore argentino:


Hablen, tiene tres minutos

De vuelta del paseo
donde junté una florecita para tenerte
entre mis dedos un momento,
y bebí una botellas de Beaujolais,
para bajar al pozo donde bailaba un oso luna,
en la penumbra dorada de la lámpara
cuelgo mi piel y sé que estaré solo en la ciudad
más poblada del mundo.

Excusarás este balance histérico,
entre fuga a la rata y queja de morfina,
teniendo en cuenta que hace frío,
llueve sobre mi taza de café,
y en cada medialuna
la humedad alisa sus patitas de esponja.

Máxime sabiendo que pienso en ti obstinadamente,
como una ciega máquina, como la cifra que repite
interminablemente el gongo de la fiebre
el loco que cobija su paloma en la mano,
acariciándola hora a hora
hasta mezclar los dedos y las plumas
en una sola miga de ternura.

Creo que sospecharás esto que ocurre,
como yo te presiento a la distancia en tu ciudad,
volviendo del paseo donde quizá juntases
la misma florecita, un poco por botánica,
un poco porque aquí,
porque es preciso
que no estemos tan solos,
que nos demos un pétalo,
aunque sea un pasito, una pelusa.

(Julio Cortázar, “Hablen, tienen tres minutos”)

giovedì 16 agosto 2007

Tú y el viento lejos


“Il più sublime lavoro della poesia – disse Giambattista Vico – è alle cose insensate dare senso e passione”. Può allora capitare che il vento – sostanzialmente aria in movimento – si converta per un poeta in emblema del vigore assoluto e stupenda metafora di vitalità, tanto da invitare l’amata ad assumerne la veemenza, increspare il mare, gonfiare vele, disancorare i corpi dal materialismo inerte della ragione. Che è amica del tempo, sua eterna complice, sradicabile però concedendosi senza mezze misure al vento, alla passione, e solo così sentire tutto il vigore, del vento e della passione, sulla propria pelle:


Se ha de ver en tus manos el viento,
anclado en tus dedos,
alzarse y prenderte.
De llama en tu pelo
-crepúsculo-,
se enrosca a mi cuerpo
y se yergue
hecho cinta y reflejo,
de cobre en tus ojos,
de carne en mis dedos.
Si te das al viento
date toda hecha
viento contra viento,
y tómame en él
y viérteme el cuerpo,
antes que mi frente,
tú y el viento lejos,
sea sólo roce,
memoria del viento.

(Vicente Aleixandre, “El viento”)

lunedì 23 luglio 2007

Chiaro di luna



La luna geme sui fondali del mare,

o Dio quanta morta paura
di queste siepi terrene,
o quanti sguardi attoniti
che salgono dal buio
a ghermirti nell’anima ferita.
La luna grava su tutto il nostro io
e anche quando sei prossima alla fine
senti odore di luna
sempre sui cespugli martoriati
dai mantici
dalle parodie del destino.
Io sono nata zingara,
non ho posto fisso nel mondo,
ma forse al chiaro di luna
mi fermerò il tuo momento,
quanto basti per darti
un unico bacio d’amore.

(Alda Merini, "Canto alla luna")