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martedì 19 febbraio 2008

L'année dernière à Marienbad


L'année dernière à Marienbad, film diretto da Alain Resnais e sceneggiato da Alain Robbe-Grillet, fautore del "noveau roman" e scomparso ieri all'età di 85 anni, può essere efficacemente descritto con una sola parola. Ipnotico. Ma non è una definizione riduttiva, né tantomeno deve intendersi come l'unica definizione possibile. Non è riduttiva perché il film si configura fin dalla primissima scena come un'ipnosi estremamente seducente, un'esperienza estetica in grado di sottrarre lo spettatore alla contingenza della visione e di destabilizzare la sua percezione temporale quasi quanto appare destabilizzata quella della protagonista. E non è l'unica che utilizzerei perché la complessità dell'intreccio - tutt'altro che fine a se stessa - ingenera numerose possibilità interpretative, tutte egualmente possibili nella misura in cui si considerano possibili - sincere o mendaci che siano - le testimonianze dei due ipotetici amanti.

Ma in fondo il film - e ciò a mio avviso può soltanto rappresentare un indubitabile pregio - non è altro che un'ordinaria storia d'amore, nella quale, tuttavia, l'enfasi ricade perentoriamente sulle sue componenti di straordinarietà, quella parte velata della passione amorosa che caratterizza ogni storia degna di essere rappresentata, e pertanto degna di essere vissuta. Ed è proprio in considerazione della dignità della storia che l'uomo racconta, che la donna - consapevole o no del proprio passato - decide di seguirlo.

L'enigma al quale lo spettatore si trova di fronte non necessita di alcuna soluzione, perché inesorabilmente enigmatico è l'amore, e altrettanto lo è il tempo. E quando la donna se ne rende conto, avverte la sterilità di tanti tuffi nella memoria e di tante taciute ed evanescenti prefigurazioni del proprio futuro, per abbandonarsi, finalmente, all'unica intensità cosciente e tangibile, quella della fuga, quella dell'istante.

martedì 31 luglio 2007

Professione reporter

Sono tanti i motivi per cui, fra i vari capolavori di Michelangelo Antonioni, questa sera scriverò alcune righe su Professione reporter. Innanzitutto, perché già da tempo avrei voluto parlare di questo film, cercando di esprimere, in poche parole, con quanta maestria il "regista dell'incomunicabilità" fosse riuscito a trattare, tra gli altri, i temi dell'assenza, della fuga, dell'identità, dando prova di saper sfruttare egregiamente le potenzialità comunicative dell'arte cinematografica.

E poi, per l'ineccepibile interpretazione di un laconico Jack Nicholson e il fascino discreto di Maria Schneider, per gli interessanti espedienti narrativi che consentono all'intreccio di aprirsi a molteplici interpretazioni, per la Barcellona di Gaudí, per i voli fittizi e metaforici di cui sono protagonisti i due personaggi principali, l'uno dalla cabina della teleferica che sorvola il porto della città catalana, l'altra dal sedile posteriore della spider che rapidamente li allontana dal proprio passato senza condurli, tuttavia, verso un unico destino.

Infine, per lo straordinario piano sequenza che occupa gli ultimi minuti del film, solo un esempio del talento e della poesia dell'indimenticabile Michelangelo Antonioni:


mercoledì 17 gennaio 2007

C'era una volta in America

Ogni promessa è debito. Ecco, dunque, alcune righe su un film che ha ottenuto molto meno di quanto meritasse.

Lo scellerato montaggio di cui è stato inizialmente vittima – che ha riordinato i vari episodi in ordine cronologico, privando la pellicola della coinvolgente oscillazione temporale ideata da Sergio Leone – ha finito per impoverire una storia assolutamente intensa e ricca di implicazioni emotive. Arricchita da una straordinaria colonna sonora, che si avvale del genio di Ennio Morricone, nonché della freschezza giovanile di Paul McCartney – memorabile la scena in cui Noodles (De Niro), invecchiato, appare accompagnato da una particolare versione di Yesterday – la pellicola approfitta precisamente del tempo e della sua ineluttabile fugacità per sfiorare, con il tocco lieve della poesia, il tema del tradimento, del disinganno e dell’abbandono.

La versione originale – la director’s cut – restituisce a ogni scena la poesia che le era stata tolta, e permette di assaporare la dolcezza e l’amarezza di cui è permeato l’intreccio. Oggi non è difficile incontrare commenti oltremodo entusiastici, che lo dipingono come il miglior film della storia del cinema, ma non mancano, ovviamente, i detrattori. Per chi non ne ha ancora goduto, mi auguro che questo post possa incoraggiare la visione del film, di cui ho inserito, di seguito, il trailer. E qualora decidiate di spendere quasi quattro ore della vostra vita in questa impresa, ricordate – capirete questa citazione soltanto vedendo il film! – che tutto, in fondo, potrebbe essere soltanto un sogno. Perché, in fondo, “¿Qué es la vida? Un frenesí. / ¿Qué es la vida? Una ilusión, / una sombra, una ficción; / y el mayor bien es pequeño: / que toda la vida es sueño, / y los sueños, sueños son” (P. Calderón de la Barca, La vida es sueño, vv. 2182-2187).


giovedì 14 dicembre 2006

Oscar alla carriera a Ennio Morricone

È notizia di oggi il conferimento dellOscar alla carriera 2007 a Ennio Morricone. Il compositore, che in passato ha ricevuto cinque nomination (per I giorni del cielo, Mission, Gli intoccabili, Bugsy e Malèna) senza mai trionfare, riceverà la meritata statuetta il prossimo 25 febbraio durante la cerimonia di consegna degli Academy Awards.
Autore prolifico, dotato di straordinarie attitudini compositive, Ennio Morricone ha composto meravigliose colonne sonore per il cinema e per la tv; tra le più celebri, quella per Nuovo Cinema Paradiso, pellicola che valse loscar a Giuseppe Tornatore per il miglior film in lingua straniera.
Il nome di Morricone è indissolubilmente legato a quello di Sergio Leone. Indimenticabili le note che accompagnano capolavori come Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto il cattivo (la cosiddetta trilogia del dollaro), l’epico Cera una volta il west e lo struggente Cera una volta in America, film a cui presto, con ogni probabilità, dedicherò qualche riga in questo blog.
Nel frattempo godetevi questa superba interpretazione del brano Gabriels Oboe tratto dal film Mission:


sabato 9 dicembre 2006

Mad World

A proposito di musica e dell’annosa questione dei rifacimenti (le cover, oggi tanto di moda, soprattutto tra chi vive in una costante penuria di idee originali, ma non dimentichiamo che anche gruppi come i Beatles ne hanno fatte parecchie), sono certo che uno dei fattori che conducono alla preferenza di una versione piuttosto che di un’altra è il “primo ascolto”. Mi spiego: nella maggior parte dei casi, è la prima versione che si ascolta a considerare come la più affascinante, e non la prima a essere stata composta. Un primo ascolto che, ovviamente, dovrà suscitare l'attenzione dell'ascoltatore e spingerlo verso delle nuove fruizioni dello stesso motivo.

Personalmente, è questo il caso, per esempio, di Roxanne, che preferisco nella versione soft di George Michael piuttosto che in quella dei Police, formazione, tra l’altro, di cui apprezzo vivamente gran parte della produzione. Non così, invece, tanto per citarne uno, con Light My Fire di Will Young, impresentabile rispetto alla mitica ed epica versione dei Doors. Ma se non avessi conosciuto l’originale, l’avrei pensata allo stesso modo?

Ad ogni modo, questa è Mad World di Gary Jules, colonna sonora del film Donnie Darko e cover di un pezzo del 1983 dei Tears for Fears. Una versione, quella di Gary Jules, decisamente più scarna dell’originale comunque apprezzabile nella sua tipica veste elettro-pop anni ‘80 , ma piacevolmente sinuosa e sognante, che vi invito a gustare insieme alle immagini del suo incantevole video: