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giovedì 13 marzo 2008

How Can I Go On

(Fa uns mesos, a Barcelona)


Tenere un blog mi piace molto. Non sarò mai un blogger affermato, lo so. Non è questo che voglio, e non è detto che da un giorno all'altro l'indirizzo che lo accoglie non possa lasciare il posto a un triste "404 Page Not Found".
La pubblicazione quotidiana - ovvero una assidua dedicazione a uno spazio eminentemente virtuale - non fa per me. Il bello di questo "diario", difatti, sta proprio nel non avere alcuna scadenza, nel poter gestire le pubblicazioni senza alcuna intenzione programmatica. Diversamente dalla vita, e soprattutto, ahimé, dal lavoro.

Perciò, almeno nel mio caso, ogni singolo articolo ha un'origine puramente estemporanea, dettata esclusivamente dalla contingenza degli eventi, con un intervento solamente accessorio della volontà. Salvo quando, in alcuni casi particolari, una qualche coscienza razionalistica che non sapevo di avere decide di irrompere sulla scrittura e di frenari certi slanci forse inopportuni e quasi sicuramente improduttivi.

Ma non è questo il caso. Un breve viaggio in una località visitata ormai tanto tempo fa, un concerto in tv già visto e rivisto, e le mie divagazioni, frutto di (deliberate?) associazioni di idee, mi hanno portato a questa canzone foriera di ricordi ormai datati, ma a volte, a distanza d'anni, ancora vivi e, chissà, forse indelebili. Tutto qua. Dopo tutto, siamo a Barcellona. Che mi aspetta, lo so, come io aspetto lei. Ma forse l'attesa non è poi così lunga...

Ah, il video è questo. Peccato per il playback, ma la canzone, interpretata da Freddie Mercury e Montserrat Caballé, è davvero stupenda.

lunedì 14 gennaio 2008

Enivrez-vous

(Barcelona, dicembre 2007)

Rituffatomi, ormai, nella quotidianità della mia piccola città, la domenica odierna – una giornata uggiosa di battistiana memoria – è stata il pretesto per stappare una bottiglia di vino regalatami da due cari amici prima di ripartire per l’Italia e che fino a oggi avevo gelosamente conservato. Si tratta di un particolare rosso del Priorat (comarca situata nel sud della Catalogna e famosa per la produzione di alcuni fra i rossi più prestigiosi della penisola iberica) che non vedevo l'ora di degustare, incuriosito dalla sua peculiare composizione: Garnatxa, Cabernet Sauvignon, Merlot, Mazuelo e Syrah.


Seppur tentato di esibirmi in acrobatici voli pindarici per rimarcare la prelibatezza del vino e comunicare le meravigliose sensazioni suscitatemi dal nettare, mi limiterò alla riproduzione di un interessante componimento di Charles Baudelaire, poiché vino e poesia molto hanno in comune, sempre che l’uno sia realmente vino, e l’altra realmente poesia, ché troppe ne esistono, dell’uno e dell’altra, di scadenti imitazioni. E non farebbe male, di tanto in tanto, alzare il gomito per raggiungere dei versi, assaporarli con calma oppure con veemenza, lasciare che scaldino o brucino il corpo e consentano agli occhi di intravedere bagliori finanche inesistenti, bloccando così un altrimenti inesorabile scorrere del Tempo:


Il faut être toujours ivre. Tout est là: c'est l'unique question. Pour ne pas sentir l’horrible fardeau du Temps qui brise vos épaules et vous penche vers la terre, il faut vous enivrer sans trêve.
Mais de quoi? De vin, de poésie ou de vertu, à votre guise. Mais enivrez - vous.
Et si quelquefois, sur les marches d'un palais, sur l’herbe verte d’un fossé, dans la solitude morne de votre chambre, vous vous réveillez, l’ivresse déjà diminuée ou disparue, demandez au vent, à la vague, à l’étoile, à l'oiseau, à l’horloge, à tout ce qui fuit, à tout ce qui gémit, à tout ce qui roule, à tout ce qui chante, à tout ce qui parle, demandez quelle heure il est; et le vent, la vague, l'étoile, l'oiseau, l'horloge, vous répondront: “Il est l'eure de s’enivrer! Pour n'être pas les esclaves martyrisés du Temps, enivrez-vous sans cesse ! De vin, de poésie ou de vertu, à votre guise”.

(Charles Baudelaire, Enivrez-vous)

***

Bisogna esser sempre ubriachi. Tutto sta in questo: è l’unico problema. Per non sentire l’orribile fardello del Tempo che rompe le vostre spalle e vi inclina verso la terra, bisogna che vi ubriachiate senza tregua.
Ma di che? Di vino, di poesia o di virtù, a piacer vostro, ma ubriacatevi.
E se qualche volta, sui gradini d
un palazzo, sull’erba verde dun fossato, nella mesta solitudine della vostra camera, vi risvegliate con l’ubriachezza già diminuita o scomparsa, domandate al vento, all’onda, alla stella, all’uccello, all’orologio, a tutto ciò che fugge, a tutto ciò che geme, a tutto ciò che ruota, a tutto ciò che canta, a tutto ciò che parla, domandate che ora è; e il vento, l'onda, la stella, l'uccello, l'orologio, vi risponderanno: È lora di ubriacarsi! Per non esser gli schiavi martirizzati del Tempo, ubriacatevi; ubriacatevi senza smettere! Di vino, di poesia o di virtù, a piacer vostro”.

(Charles Baudelaire, Ubriacatevi)

domenica 30 dicembre 2007

Poema

(Barcelona, qualche settimana fa)

És cert
que no tinc diners
i és patent que la major part de
monedes són de xocolata;
però si agafeu aquest full,
el doblegueu pel llarg
en dos rectangles,
després en quatre,
f
eu llavors un plec
oblic amb els quatre
papers i el separeu
en dos gruixos,
obtindreu
un ocell que mourà
les ales.

(Joan Brossa, "Poema")

In questo caso, purtroppo, il consiglio di Joan Brossa risulta difficilmente applicabile. Ma solo in apparenza, poiché la poesia ha ali anche quando a visualizzarla sono dei pixel. Il problema è un altro: piegare un foglio, vederlo prendere il volo, sono azioni in realtà negate alla "inmensa mayoría" per la sua stessa incapacità di staccarsi dal suolo. C'è una distanza incolmabile tra riuscire a volare e credere di saper volare, per questo sono pochi coloro che si bruciano. Il sole rimane, il più delle volte, una stella irraggiungibile; un bagliore confuso, di cui non se ne sente la necessità, e si finisce per accontentarsi di pomeriggi nebbiosi e pungenti come questo. Ma fortunatamente, in qualche luogo e in qualche tempo - anche questo è sicuro -, qualcuno starà piegando un foglio. O la propria vita.

domenica 9 dicembre 2007

Les lieux sont des personnes


Les lieux sont des personnes, mais des personnes qui ne changent pas et que nous retrouvons souvent après bien longtemps, en nous étonnant de ne plus nous y retrouver les mêmes, ou surtout en nous étonnant de nous y retrouver les mêmes n’ayant rien fait depuis que nous les avons quittés, n’ayant rien fait pour nous rapprocher du bonheur où nous invitaient leurs flots aussi bleus, aussi enfantins alors qu’ils le sont aujourd’hui. Les lieux son des personnes à qui l'humanité qui est en nous a donné une physionomie – non pas humaine, car c’est une physionomie de lieux, mais une physionomie de personne, de personne qui se configure avec une cathédrale sur une falaise, un enfoncement d’estuaire dans le lointain, des champs surélevés quand on sort dans la campagne après la petite ville. Physionomies qui font que rien ne nous les remplace, que nous pensons bien souvent au plaisir de les revoir, physionomie qui est en nous autant qu’en eux, que rien qu’eux ne pouvait nous donner, mais que rien que nous ne peut peut-êutre leur donner, si bien qu’ils la garderont après notre mort.


Marcel Proust, Jean Santeuil


***

Los lugares son personas, pero personas que no cambian y a las que solemos encontrar al cabo de mucho tiempo, extrañándonos de no encontrarnos en ellos los mismos, o sobre todo de encontrarnos los mismos, no habiendo hecho nada desde que los dejamos, no habiendo hecho nada por acercarnos a la felicidad a la que nos invitaban sus olas tan azules, tan niñas, entonces como lo son hoy. Los lugares son personas a las que la humanidad que está en nosotros ha dado una fisonomía – no una fisonomía humana, pues es una fisonomía de lugares, sino una fisonomía de persona, de persona que se configura con una catedral en un acantilado, un estuario que se pierde en la lejanía, unos campos prominentes cuando se sale al campo pasada la pequeña población. Fisonomías que nada nos las reemplaza, que nos hacen pensar muchas veces en el placer de volver a verlas, fisonomías que están en nosotros tanto como en esos lugares, que sólo ellos podían darnos, pero que quizá sólo nosotros podemos darles, tanto que las conservarán después de nuestra muerte. (Traduzione di Consuelo Berges)


Avevo intenzione di scrivere qualcosa i prossimi giorni, quando sarei stato più prossimo alla partenza, ma due fatti pressoché concomitanti mi hanno spinto ad anticipare i tempi: aver incontrato questo frammento letterario, straordinariamente adatto a descrivere il rapporto che mi lega alla città di Barcellona, e poter disporre della macchina fotografica nel bel mezzo del meraviglioso tramonto che stasera ha trasformato il porto e la spiaggia in una tela gigante, assai simile al tramonto gaditano immortalato esattamente due anni fa e che accompagna il mio profilo. Inoltre, stanotte i ricordi si sovrappongono, si confondono, vorticano nella memoria, e il tempo aggredito da mille supposizioni e gravato da tante, troppe responsabilità finisce ancora una volta per sgretolarsi...


Time present and time past
Are both perhaps present in time future,
And time future contained in time past.
If all time is eternally present
All time is unredeemable.
What might have been is an abstraction
Remaining a perpetual possibility
Only in a world of speculation.
What might have been and what has been
Point to one end, which is always present.
Footfalls echo in the memory
Down the passage which we did not take
Towards the door we never opened
Into the rose-garden. My words echo
Thus, in your mind.
But to what purpose
Disturbing the dust on a bowl of rose-leaves
I do not know.


(T.S. Eliot, Four Quartets, "Burnt Norton", I)

martedì 16 ottobre 2007

Notturno


All’imbrunire quella della Barceloneta non sembra la spiaggia di una metropoli. Le luci dei lampioni non hanno ancora l’altera imponenza che tra qualche minuto inizieranno a rivendicare e aspettano, più o meno pazientemente, di poter rimpiazzare il chiarore tiepido e rassicurante di una mite serata autunnale.
È in questi momenti che rimpiango di non possedere una buona macchina fotografica, in grado di fissare, con dovizia di particolari, i cangianti colori dell’orizzonte e le seducenti movenze della luna, che paiono accennare una nuova, ammaliante danza proprio di fronte ai miei occhi. Ma so che in fondo sarebbe inutile, poiché non costituirebbe che un singolo, isolato istante del loro intenso movimento, ben più durevole benché fugace, malinconico e inebriante, mentre si offrono incondizionatamente allo spirito umano e lo guidano dalla radiosità del giorno ai misteri della notte.
E nel bel mezzo della notte, mentre scrivo queste parole e riguardo questa foto, scattata ieri, mi sovvengono alcuni meravigliosi versi di Cesare Pavese:


La collina è notturna, nel cielo chiaro.
Vi s'inquadra il tuo capo, che muove appena
e accompagna quel cielo. Sei come una nube
intravista fra i rami. Ti ride negli occhi
la stranezza di un cielo che non è il tuo.

La collina di terra e di foglie chiude
con la massa nera il tuo vivo guardare,
la tua bocca ha la piega di un dolce incavo
tra le coste lontane. Sembri giocare
alla grande collina e al chiarore del cielo:
per piacermi ripeti lo sfondo antico
e lo rendi più puro.

Ma vivi altrove.
Il tuo tenero sangue si è fatto altrove.
Le parole che dici non hanno riscontro
con la scabra tristezza di questo cielo.
Tu non sei che una nube dolcissima, bianca
impigliata una notte fra i rami antichi.

(Cesare Pavese, “Notturno”)

mercoledì 3 ottobre 2007

Codicil d'un poeta



Us llego, amics, senzillament,

els tres quefers humils de sempre:
viure (i menjar) amb decòrum cada dia;
si podeu, endegar cobegança i luxúria;
pensar (creure o dubtar)
en la certesa i les hipòtesis
de la mort de la carn i la vida nova de l’ànima.

No hi ha res més a fer; i ja basta.
La resta és literatura.

(Pere Quart, "Codicil d'un poeta")

Quante, tra le molteplici possibilità di azione concesse all’essere umano, sono effettivamente indispensabili per la nostra esistenza? Quanti di noi si limitano, il più delle volte, a soddisfare i propri bisogni primari, senza cercare di scalfire una quotidianità spesso grigia – come questa giornata barcellonese – e banale, ma tutto sommato confortevole?
Joan Oliver – in arte Pere Quart – le elenca, brevemente, in una deliziosa lirica, concisa ma efficace. Il resto, scrive, è letteratura. Tutto il resto. Ovvero, la libertà, la fantasia, il sogno, la capacità di vivere (non soltanto leggere, o scrivere) una dimensione in più, aprire porte serrate, accorgersi di infinite sfumature, assaggiare frutti proibiti, raggiungere profondità nascoste. Scrivere, leggere e, soprattutto, convertire parole in pensieri, azioni, per superare la limitatezza di un’altrimenti tediosa e irritante realtà.

lunedì 17 settembre 2007

A Barcelona, un altre cop

Ogni ritorno a Barcellona porta con sé svariati ritorni: strade, palazzi, volti, suoni, libri, ricordi. Ciononostante, le immagini del passato lentamente svaniscono, dolcemente sostituite dalla vivida presenza di una realtà che, fragile eppur instancabile, lotta caparbiamente contro le arroganti pretese della memoria.

Intanto, i miei passi avvolgono tanti ostinati pensieri, e lungo il Moll de la Fusta la statua di Joan Salvat-Papasseit mi richiama alla mente alcuni dei suoi versi più intensi, rammentando – a me e a quanti, transitando davanti al profilo del poeta, ricorderanno i medesimi versi – i pericoli di chi, incoscientemente, si espone alla scure del tempo senza tentare alcuna disperata fuga, prima che sia il tempo a dileguarsi (“Chi tempo aspetta – scrisse Lorenzo il Magnifico –, assai tempo si strugge: / e ‘l tempo non aspetta, ma via fugge”), prima che il tempo privi il corpo delle più umane (le più sensuali) tra le sue passioni:


Si en saps el pler no estalviïs el bes
que el goig d'amar no comporta mesura.
Deixa't besar, i tu besa després
que és sempre als llavis que l'amor perdura.

No besis, no, com l'esclau i el creient,
mes com vianant a la font regalada.
Deixa't besar -sacrifici fervent-
com més roent més fidel la besada.

¿Què hauries fet si mories abans
sense altre fruit que l'oreig en ta galta?
Deixa't besar, i en el pit, a les mans,
amant o amada -la copa ben alta.

Quan besis, beu, curi el veire el temor:
besa en el coll, la més bella contrada.
Deixa't besar i si et quedava enyor
besa de nou, que la vida és comptada.

(Joan Salvat-Papasseit, “Mester d’amor”)

lunedì 10 luglio 2006

CAMPIONI DEL MONDO!!!!!!!!!!!!!!!!!


Barcelona, 10 luglio 2006....... l'Italia ha appena vinto il mondiale, oggi compio 27 anni...... plaça Catalunya è in delirio....... azzurro e bandiere tricolori, fino a poco fa c'era anche la mia........... it's a full moon which may explain a certain french team's captains behaviour!!! its a beautiful game... and the flag of italia is beautiful too!!
Stefano, Christina

lunedì 19 giugno 2006

Barcellona "al voto"



A plaça de Sant Jaume, dove si erge il Palau della Generalitat, si intuisce subito che non è un giorno come gli altri. Un signore sulla cinquantina mi chiede se parlo francese. “No, lo siento”, rispondo, ma nonostante dimostri di conoscere soltanto la sua lingua riesco a capire cosa mi sta chiedendo. Vorrebbe sapere come mai ci sono così tante troupe televisive. Gli spiego che oggi in Catalogna, attraverso un referendum popolare, si è votato per l’approvazione del nuovo Statuto d’autonomia. Non appena gli confesso di essere italiano, mi racconta di aver assistito al Gran Premio di motociclismo, e di aver visto da pochi metri lo spaventoso incidente che ha coinvolto Melandri e Capirossi. Ci salutiamo, mentre io rimango a osservare il frenetico viavai di poliziotti e auto blu.
Anche in Francia, probabilmente, come in Italia, la parola Catalogna appare con più frequenza sui quotidiani sportivi che sulle pagine dei quotidiani generici dedicate a cultura, politica o società.


Riassumere le intricate vicende politiche che hanno preceduto l’odierno quesito referendario, le tante modifiche apportate alla versione iniziale dello Statuto, e illustrare le posizioni dei vari partiti richiederebbe troppe pagine, troppo tempo che non voglio togliere al sonno.
Tuttavia, ritardo volentieri il mio ingresso nel mondo onirico per riportare la traduzione dell’articolo 6 del nuovo Statuto (approvato con il 73,9% dei voti), che insieme al Capitolo III (artt. 32-36) presenta una serie di importanti disposizioni in materia di regolamentazione linguistica:

Articolo 6. La lingua propria e le lingue ufficiali

1. La lingua propria della Catalogna è il catalano. Come tale, il catalano è la lingua normalmente e preferentemente usata dalle amministrazioni pubbliche e dai mezzi di comunicazione pubblici della Catalogna, ed è anche la lingua normalmente impiegata nel campo dell'insegnamento come lingua veicolare e di apprendimento.
2. Il catalano è la lingua ufficiale della Catalogna. Lo è anche il castigliano, che è la lingua ufficiale dello Stato spagnolo. Tutte le persone hanno il diritto di utilizzare le due lingue ufficiali e i cittadini della Catalogna hanno il diritto e il dovere di conoscerle. I poteri pubblici della Catalogna devono attuare le misure necessarie per facilitare l’esercizio di questi diritti e il compimento di questo dovere. In accordo con quanto stabilisce l’articolo 32, non può essere motivo di discriminazione l’uso dell’una o dell’altra lingua.
3. La Generalitat e lo Stato devono intraprendere le azioni necessarie per il riconoscimento dell’ufficialità del catalano nell’Unione Europea e la presenza e l’utilizzo del catalano negli organismi internazionali e nei trattati internazionali di contenuto culturale o linguistico.
4. La Generalitat deve promuovere la comunicazione e la cooperazione con le altre comunità e gli altri territori che condividono il proprio patrimonio linguistico con la Catalogna. A questo scopo, la Generalitat e lo Stato, a seconda di chi ne abbia la competenza, possono sottoscrivere accordi, trattati e altri meccanismi di collaborazione per la promozione e la diffusione del catalano all’estero.
5. La lingua occitana, denominata aranès nell’Aran, è la lingua propria di questo territorio ed è officiale in Catalogna, in accordo con quanto stabilisce questo Statuto e con le leggi di normalizzazione linguistica.




Article 6. La llengua pròpia i les llengües oficials

1. La llengua pròpia de Catalunya és el català. Com a tal, el català és la llengua d'ús normal i preferent de les administracions públiques i dels mitjans de comunicació públics de Catalunya, i és també la llengua normalment emprada com a vehicular i d'aprenentatge en l'ensenyament.
2. El català és la llengua oficial de Catalunya. També ho és el castellà, que és la llengua oficial de l'Estat espanyol. Totes les persones tenen el dret d'utilitzar les dues llengües oficials i els ciutadans de Catalunya tenen el dret i el deure de conèixer-les. Els poders públics de Catalunya han d'establir les mesures necessàries per a facilitar l'exercici d'aquests drets i el compliment d'aquest deure. D'acord amb el que disposa l'article 32, no hi pot haver discriminació per l'ús de qualsevol de les dues llengües.
3. La Generalitat i l'Estat han d'emprendre les accions necessàries per al reconeixement de l'oficialitat del català a la Unió Europea i la presència i la utilització del català en els organismes internacionals i en els tractats internacionals de contingut cultural o lingüístic.
4. La Generalitat ha de promoure la comunicació i la cooperació amb les altres comunitats i els altres territoris que comparteixen patrimoni lingüístic amb Catalunya. A aquests efectes, la Generalitat i l'Estat, segons que correspongui, poden subscriure convenis, tractats i altres mecanismes de col·laboració per a la promoció i la difusió exterior del català.
5. La llengua occitana, denominada aranès a l'Aran, és la llengua pròpia d'aquest territori i és oficial a Catalunya, d'acord amb el que estableixen aquest Estatut i les lleis de normalització lingüística.

domenica 9 aprile 2006

Barcellona “al Volo”


Da martedì scorso il palinsesto di Mtv si è arricchito di una interessante novità: da un grazioso appartamento sulla Rambla, la via più celebre di Barcellona, Fabio Volo conduce un singolare programma di intrattenimento intitolato “Italo - Spagnolo”. Lontano da ogni proposito politico, e coadiuvato da vari ospiti che si alterneranno nel corso delle puntate, il poliedrico conduttore cercherà di mostrare – come afferma in una intervista rilasciata a “la Repubblica” on line – che in Spagna “si può vivere in un altro modo”.

Non è mia intenzione, con questo post, di recensire il suo programma, peraltro, a mio parere, abbastanza gradevole. Piuttosto, vorrei cercare di colmare alcune lacune informative che la trasmissione ha evidenziato nel corso delle prime puntate. Ho infatti notato una pressoché totale assenza di riferimenti alla lingua catalana, alla cultura catalana e ad alcune questioni che da vari mesi infiammano la politica spagnola, come la ponderosa approvazione di un nuovo Statuto d’autonomia (qui si trova la versione attuale) che nella sua formulazione iniziale identificava la Catalogna come nazione.

Sfortunatamente, della Barcellona presentata da Fabio Volo, giustamente contraddistinta da una pregevole vivacità artistica e intellettuale, non traspare il tenace tentativo della Catalogna di conservare, in tempi di lotta alla globalizzazione, una precisa identità culturale solo marginalmente “spagnola”.

Barcellona è ormai una delle mete più ambite da turisti, studenti, lavoratori, artisti; italiani, e non solo. In molti possono vantare, per lo meno, qualche giorno di piacevole e spensierata permanenza nella città. E tutti avranno notato, passeggiando per le sue incantevoli strade, l’assoluta predominanza linguistica del catalano, ben visibile nelle iscrizioni poste su vetrine, manifesti, indicazioni stradali, biglietti della metropolitana, etc. Ma anche entrare in una libreria, accendere la tv o ascoltare alcuni dialoghi avrà riservato delle sorprese linguistiche.
Difficile, quindi, non percepire la rilevanza politica e sociale che riveste la lingua catalana, anche per coloro che non conoscendo lo spagnolo (castigliano) potrebbero inizialmente confondere le due lingue e commettere il grave errore di pensare che l’una sia un dialetto dell’altra.

Spero che agli spettatori italiani, visitatori virtuali ma non per questo meno attratti dalla magica atmosfera barcellonese, non venga offerta una visione distorta della realtà metropolitana; sarebbe un peccato per il buon lavoro che sta facendo Volo e per l’originalità della sua idea non fornire agli spettatori le giuste coordinate per cogliere l’importanza di una “catalanità” evidente non soltanto in campo linguistico, e che contribuisce a rendere Barcellona una città estremamente affascinante ma forse non così “spagnola” come spesso viene descritta e immaginata.