Sensi non ho; né senso. Non ho limite.
Potessi almeno costringere
in questo mio ritmo stento
qualche poco del tuo vaneggiamento;
dato mi fosse accordare
alle tue voci il mio balbo parlare: –
io che sognava rapirti
le salmastre parole
in cui natura ed arte si confondono,
per gridar meglio la mia malinconia
di fanciullo invecchiato che non doveva pensare.
Ed invece non ho che le lettere fruste
dei dizionari, e l’oscura
voce che amore detta s’affioca,
si fa lamentosa letteratura.
Non ho che queste parole
che come donne pubblicate
s’offrono a chi le richiede;
non ho che queste frasi stancate
che potranno rubarmi anche domani
gli studenti canaglie in versi veri.
Ed il tuo rombo cresce, e si dilata
azzurra l’ombra nuova.
M’abbandonano a prova i miei pensieri.
Sensi non ho; né senso. Non ho limite.
(Eugenio Montale, da Ossi di seppia)
Costringere un vaneggiamento in un ritmo, convogliarlo in versi, rappresenta effettivamente un’operazione complicata, sia esso il vaneggiamento di un’inquieta distesa d’acqua marina, sia esso, perché no, il vaneggiamento di una intrigante figura femminile. In parecchi casi le parole non liberano, non risolvono, e mai sostituiscono, sebbene, grazie alla poesia, consentano a volte di rappresentare l’indescrivibile e di raccontare l’inenarrabile, e possano rappresentare l’evoluzione – in forma di letteratura – di un amore indebolito, o di un canto inascoltato.
In ogni caso, rifacendomi agli ultimi versi della lirica, di tanto in tanto mi risulta inevitabile pensare (così, giusto per intravedere uno spiraglio, una fessura, uno squarcio nell’ordinarietà), che la poesia, nel bene o nel male, che si scriva o che si viva soltanto, non contempli la parola limite.






