Sola, la tua voce, mi nuoce
Non è raro che di una poesia mi colpisca in particolar modo la chiusura, soprattutto quando l'autore riesce a condensare, in un unico verso, tutta la carica emotiva dispiegata nel resto del componimento:
vengo, con la presente, a te, per chiederti formalmente di esentarmi d’urgenzadal comunicare, con te, per telefono: (io non posso battere zuccate disperate,
contro il primo muro che mi trovo a disposizione, ogni volta, capirai,
appena mollo giu’ il ricevitore):
(perché, mia diletta, io non saprò mai
separare, stralciandole, le tue parole, a parte, dai tuoi gomiti, dai tuoi alluci,
dalle tue natiche, da tutta te): (da tutto me):
sola, la tua voce, mi nuoce.
(Edoardo Sanguineti, "Vengo, con la presente")
"Sola, la tua voce, mi nuoce"... ovvero: bisogno estremo di (con)tatto, impellente necessità relazionale fondata su una corporeità, quella dell'amata, insostituibile da qualsivoglia parola, e incapacità di sostenere il distacco che si ricrea al termine di ogni conversazione.
Questa stupenda poesia, tuttavia, mi richiama alla mente una canzone (apparentemente?) di segno opposto. È il titolo, in questo caso, a condensare il messaggio esplicitato nel testo: in Please Call Me Baby, Tom Waits (che tra l'altro a luglio si esibirà anche a Barcellona e a Milano) invoca disperatamente un contatto telefonico, unico mezzo per riuscire (o provare) a colmare una distanza fisica altrimenti lacerante, e ricostruire un rapporto a quanto sembra ormai compromesso:
The evening fell just like a star
Left a trail behind
You spit as you slammed out the door
If this is love we're crazy
As we fight like cats and dogs
But I just know there's got to be more
So please call me, baby
Wherever you are
It's too cold to be out walking in the streets
We do crazy things when we're wounded
Everyone's a bit insane
I don't want you catching your death of cold
Out walking in the rain
And I admit that I ain't no angel
I admit that I ain't no saint
I'm selfish and I'm cruel but you're blind
If I exorcise my devils
Well my angels may leave too
When they leave they're so hard to find
(Chorus)
And we're always at each other's throats
You know it drives me up the wall
But most of the time I'm just blowing off steam
And I wish to God you'd leave me
Baby I wish to God you'd stay
Life's so different than it is in your dreams
(Chorus)
P.s. Ho trovato questa auto-intervista, appena pubblicata sul Corriere della Sera ("Le confessioni di Tom Waits" 1, 2, 3, 4, 5). C'è una risposta che non può non colpire chi, leggendo e rileggendo On the Road di Jack Kerouac, ha fatto del viaggio il mito della propria adolescenza: "Mia moglie ed io sulla Route 66 con una tazza di caffè, una chitarra da quattro soldi, un registratore preso dal rigattiere, una stanza del Motel 6, e una macchina in buone condizioni parcheggiata davanti alla porta". Ah, la domanda? "Che cos’è il paradiso per lei?"




0 commento/i:
Posta un commento