domenica 2 marzo 2008

...la notte ti vengo a cercare

La notte non costituisce soltanto un esplorato tema poetico, ma è essa stessa uno strumento lirico, un tempo nel quale la distanza dal proprio profondo può irrimediabilmente assottigliarsi; un intervallo, insomma, in grado di acuire fino allo spasimo uno svariato numero di percezioni e di sensazioni umane.
Non è particolarmente arduo, in effetti, pensare alla notte come a un tempo privilegiato di poesia, lo spazio di un verso, di una parola, di un sentimento che si materializza – nei limiti del possibile – attraverso dei segni grafici.
Per rendersene conto basterebbe osservare i seguenti versi di Alda Merini, la cui lettura non può che indurmi a un inevitabile e malcelato cenno di approvazione:


I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.
I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere Iddio.
Ma i poeti, nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.


(Alda Merini, “I poeti lavorano di notte”)


Ma la notte non è soltanto tempo di creazione, di scrittura, di materializzazione di un pensiero, di un moto del cuore, o dell’anima. È anche e soprattutto un tempo (“il” tempo?) esemplare, quasi primigenio, nel quale le emozioni sfuggono a qualsiasi tipo di dispersione.


Tutto ciò per arrivare a questa struggente canzone del compianto Luigi Tenco, di cui preferisco non trascrivere il testo perché coloro che non dovessero conoscerla sapranno apprezzare ancor più la poesia che racchiude ogni singolo verso (poiché le parole della canzone “sono bellissime, sono vere, sono crude, sono realiste, sono esagerate, sono conflittuali”, come ebbe a dire un altro straordinario personaggio, Augusto Daolio, storico e insostituibile leader dei Nomadi) godendo, contemporaneamente, della tenue melodia che li accompagna.

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