domenica 30 dicembre 2007

Poema

(Barcelona, qualche settimana fa)

És cert
que no tinc diners
i és patent que la major part de
monedes són de xocolata;
però si agafeu aquest full,
el doblegueu pel llarg
en dos rectangles,
després en quatre,
f
eu llavors un plec
oblic amb els quatre
papers i el separeu
en dos gruixos,
obtindreu
un ocell que mourà
les ales.

(Joan Brossa, "Poema")

In questo caso, purtroppo, il consiglio di Joan Brossa risulta difficilmente applicabile. Ma solo in apparenza, poiché la poesia ha ali anche quando a visualizzarla sono dei pixel. Il problema è un altro: piegare un foglio, vederlo prendere il volo, sono azioni in realtà negate alla "inmensa mayoría" per la sua stessa incapacità di staccarsi dal suolo. C'è una distanza incolmabile tra riuscire a volare e credere di saper volare, per questo sono pochi coloro che si bruciano. Il sole rimane, il più delle volte, una stella irraggiungibile; un bagliore confuso, di cui non se ne sente la necessità, e si finisce per accontentarsi di pomeriggi nebbiosi e pungenti come questo. Ma fortunatamente, in qualche luogo e in qualche tempo - anche questo è sicuro -, qualcuno starà piegando un foglio. O la propria vita.

domenica 9 dicembre 2007

Les lieux sont des personnes


Les lieux sont des personnes, mais des personnes qui ne changent pas et que nous retrouvons souvent après bien longtemps, en nous étonnant de ne plus nous y retrouver les mêmes, ou surtout en nous étonnant de nous y retrouver les mêmes n’ayant rien fait depuis que nous les avons quittés, n’ayant rien fait pour nous rapprocher du bonheur où nous invitaient leurs flots aussi bleus, aussi enfantins alors qu’ils le sont aujourd’hui. Les lieux son des personnes à qui l'humanité qui est en nous a donné une physionomie – non pas humaine, car c’est une physionomie de lieux, mais une physionomie de personne, de personne qui se configure avec une cathédrale sur une falaise, un enfoncement d’estuaire dans le lointain, des champs surélevés quand on sort dans la campagne après la petite ville. Physionomies qui font que rien ne nous les remplace, que nous pensons bien souvent au plaisir de les revoir, physionomie qui est en nous autant qu’en eux, que rien qu’eux ne pouvait nous donner, mais que rien que nous ne peut peut-êutre leur donner, si bien qu’ils la garderont après notre mort.


Marcel Proust, Jean Santeuil


***

Los lugares son personas, pero personas que no cambian y a las que solemos encontrar al cabo de mucho tiempo, extrañándonos de no encontrarnos en ellos los mismos, o sobre todo de encontrarnos los mismos, no habiendo hecho nada desde que los dejamos, no habiendo hecho nada por acercarnos a la felicidad a la que nos invitaban sus olas tan azules, tan niñas, entonces como lo son hoy. Los lugares son personas a las que la humanidad que está en nosotros ha dado una fisonomía – no una fisonomía humana, pues es una fisonomía de lugares, sino una fisonomía de persona, de persona que se configura con una catedral en un acantilado, un estuario que se pierde en la lejanía, unos campos prominentes cuando se sale al campo pasada la pequeña población. Fisonomías que nada nos las reemplaza, que nos hacen pensar muchas veces en el placer de volver a verlas, fisonomías que están en nosotros tanto como en esos lugares, que sólo ellos podían darnos, pero que quizá sólo nosotros podemos darles, tanto que las conservarán después de nuestra muerte. (Traduzione di Consuelo Berges)


Avevo intenzione di scrivere qualcosa i prossimi giorni, quando sarei stato più prossimo alla partenza, ma due fatti pressoché concomitanti mi hanno spinto ad anticipare i tempi: aver incontrato questo frammento letterario, straordinariamente adatto a descrivere il rapporto che mi lega alla città di Barcellona, e poter disporre della macchina fotografica nel bel mezzo del meraviglioso tramonto che stasera ha trasformato il porto e la spiaggia in una tela gigante, assai simile al tramonto gaditano immortalato esattamente due anni fa e che accompagna il mio profilo. Inoltre, stanotte i ricordi si sovrappongono, si confondono, vorticano nella memoria, e il tempo aggredito da mille supposizioni e gravato da tante, troppe responsabilità finisce ancora una volta per sgretolarsi...


Time present and time past
Are both perhaps present in time future,
And time future contained in time past.
If all time is eternally present
All time is unredeemable.
What might have been is an abstraction
Remaining a perpetual possibility
Only in a world of speculation.
What might have been and what has been
Point to one end, which is always present.
Footfalls echo in the memory
Down the passage which we did not take
Towards the door we never opened
Into the rose-garden. My words echo
Thus, in your mind.
But to what purpose
Disturbing the dust on a bowl of rose-leaves
I do not know.


(T.S. Eliot, Four Quartets, "Burnt Norton", I)

venerdì 7 dicembre 2007

I fondatori dell'alba



I fondatori dell'alba, di Renato Prada Oropeza

A cura di Antonio Melis

Traduzione di Katia Boccanera


Dalla prefazione di Antonio Melis:


Nel 1969 il Premio Casa de las Américas per il romanzo proietta a livello internazionale il nome del giovane scrittore boliviano Renato Prada Oropeza. Nonostante la stretta vicinanza con gli avvenimenti narrati, Prada Oropeza tratta il tema della guerriglia con un’operazione letteraria di grande ricchezza e complessità. Rifiuta decisamente il realismo tradizionale, legato a una rappresentazione cronachistica e lineare dei fatti. Sceglie invece di intrecciare i tempi e gli scenari, attraverso sovrapposizioni e alternanze che rispecchiano la sua adesione allo sperimentalismo narrativo ormai presente con forza nella letteratura ispanoamericana degli anni Sessanta. Ne risulta una sorta di mosaico o di caleidoscopio, che rende conto di una realtà profondamente lacerata. Nella caratterizzazione dei personaggi non c’è nessuna forma di schematismo ideologico, ma la volontà di comprendere dall’interno le loro opposte ragioni.
Le scene di guerra, descritte con grande maestria, sono precedute da alcuni antefatti essenziali per comprendere l’articolazione del romanzo. Uno dei combattenti nelle file della guerriglia è un ex-seminarista, che è entrato in conflitto con l’istituzione ecclesiastica e con la sua famiglia. Proprio il suo percorso profondamente cristiano lo ha portato a una scelta di lotta in cui si mette in gioco la stessa vita. C’è qui l’eco della teologia della liberazione che comincia ad essere elaborata proprio in quegli anni e, più in generale, della presa di coscienza rivoluzionaria di ampi settori cristiani in America Latina, in contrasto con una Chiesa ufficiale legata al potere ed estranea al mondo e alla sofferenza degli uomini. L’esempio più clamoroso fu allora quello del sacerdote colombiano Camilo Torres, proveniente da una delle famiglie dell’oligarchia, che si unì alla guerriglia, cadendo in battaglia.
Ma altrettanta attenzione viene dedicata agli uomini, di estrazione popolare, che partecipano alla repressione del movimento armato. Anche loro sono persone reali, con le loro miserie e le loro contraddizioni, e non semplici maschere del potere. Conoscono amicizie e amori e sviluppano forme intense di complicità e di lealtà verso chi condivide la loro sorte. Sono la punta più avanzata di una sfasatura fra la lotta dei guerriglieri, animata da forti ideali di giustizia e di internazionalismo, e l’indifferenza e la passività della popolazione, che culminerà nella delazione decisiva di un’anziana donna del popolo. Insieme ai guerriglieri, i soldati governativi sono parte di uno stesso meccanismo che sfugge ad ogni controllo ed è percorso dall’ombra inquietante della morte.
Il risultato complessivo è una coralità di voci dissonanti, che ci restituisce la tragedia vissuta quarant’anni fa dalla Bolivia nella sua integralità, attraverso l’uso sapiente della prima e della terza persona e l’inserimento di un diario che allude chiaramente a quello del Che. Proprio per questo il romanzo, scritto a ridosso di avvenimenti che hanno commosso il mondo, continua a conservare intatto il suo fascino. Il tempo, anzi, ha conferito rilievo ad alcune intuizioni di fondo di questo testo, sempre risolte attraverso la narrazione e non affidate a enunciazioni programmatiche astratte. E così, in queste pagine, non troviamo il teorico della guerriglia, ma il sognatore che, insieme a un pugno di altri sognatori, aveva inseguito l’utopia di un uomo nuovo.

sabato 1 dicembre 2007

Si una tarda

(Vesprejant al Montjuïc: el sol cremant-ho tot, vist des de l'anell olímpic)


Si una tarda
plou la tristesa i lluen sota el baf
les carrosseries dels cotxes, tot creuant
els semàfors, el fang i el fàstic
de la ciutat humida;
si una tarda
un surt cansat de fer feina i plou,
i plou la tristesa i plou tant que els cecs
s'arrufen sota els portals dins la seva ceguesa,
com pot un aguantar els ulls de les nines
boges, els ulls de les nines lletges!
La letargia, la tarda, la pluja, la pena,
l'esfondrament general,
el neguen tant a un, que un s'aferra,

a on sigui, a una cançoneta grisa i d'amor,
brufada d'esperit.


(Miquel Bauçà, "Si una tarda")