martedì 31 luglio 2007

Professione reporter

Sono tanti i motivi per cui, fra i vari capolavori di Michelangelo Antonioni, questa sera scriverò alcune righe su Professione reporter. Innanzitutto, perché già da tempo avrei voluto parlare di questo film, cercando di esprimere, in poche parole, con quanta maestria il "regista dell'incomunicabilità" fosse riuscito a trattare, tra gli altri, i temi dell'assenza, della fuga, dell'identità, dando prova di saper sfruttare egregiamente le potenzialità comunicative dell'arte cinematografica.

E poi, per l'ineccepibile interpretazione di un laconico Jack Nicholson e il fascino discreto di Maria Schneider, per gli interessanti espedienti narrativi che consentono all'intreccio di aprirsi a molteplici interpretazioni, per la Barcellona di Gaudí, per i voli fittizi e metaforici di cui sono protagonisti i due personaggi principali, l'uno dalla cabina della teleferica che sorvola il porto della città catalana, l'altra dal sedile posteriore della spider che rapidamente li allontana dal proprio passato senza condurli, tuttavia, verso un unico destino.

Infine, per lo straordinario piano sequenza che occupa gli ultimi minuti del film, solo un esempio del talento e della poesia dell'indimenticabile Michelangelo Antonioni:


lunedì 23 luglio 2007

Chiaro di luna



La luna geme sui fondali del mare,

o Dio quanta morta paura
di queste siepi terrene,
o quanti sguardi attoniti
che salgono dal buio
a ghermirti nell’anima ferita.
La luna grava su tutto il nostro io
e anche quando sei prossima alla fine
senti odore di luna
sempre sui cespugli martoriati
dai mantici
dalle parodie del destino.
Io sono nata zingara,
non ho posto fisso nel mondo,
ma forse al chiaro di luna
mi fermerò il tuo momento,
quanto basti per darti
un unico bacio d’amore.

(Alda Merini, "Canto alla luna")

giovedì 12 luglio 2007

Unidad en ella

(Salvador Dalí, Ragazza alla finestra)


Vi sono molti modi di tradurre in versi una passione, nonostante gli ineludibili limiti del linguaggio. Come le immagini, le note, e ogni strumento che si arroga la presunzione di rappresentare le umane sensazioni, il linguaggio può soltanto tentare di trasporre su carta le infinite combinazioni del cuore.
Ma ogni limite ha la sua ragion dessere nel suo superamento. Quando il corpo di una donna, per esempio, diventa emblema di salvezza, ricomposizione molecolare, espediente che consente di toccare con mano limpalpabile. Quando non esistono compromessi, il presente non colma alcun vuoto ed è labile il confine tra la vita e la morte. Quando lansia di completezza diventa di un uomo la sua unica prerogativa, e una donna fra tante la sua unica cura:


Cuerpo feliz que fluye entre mis manos,
rostro amado donde contemplo el mundo,
donde graciosos pájaros se copian fugitivos,
volando a la región donde nada se olvida.

Tu forma externa, diamante o rubí duro,
brillo de un sol que entre mis manos deslumbra,
cráter que me convoca con su música íntima,
con esa indescifrable llamada de tus dientes.

Muero porque me arrojo, porque quiero morir,
porque quiero vivir en el fuego, porque este aire de fuera
no es mío, sino el caliente aliento
que si me acerco quema y dora mis labios desde un fondo.

Deja, deja que mire, teñido del amor,
enrojecido el rostro por tu purpúrea vida,
deja que mire el hondo clamor de tus entrañas
donde muero y renuncio a vivir para siempre.

Quiero amor o la muerte, quiero morir del todo,
quiero ser tú, tu sangre, esa lava rugiente
que regando encerrada bellos miembros extremos
siente así los hermosos límites de la vida.

Este beso en tus labios como una lenta espina,
como un mar que voló hecho un espejo,
como el brillo de un ala,
es todavía unas manos, un repasar de tu crujiente pelo,
un crepitar de la luz vengadora,
luz o espada mortal que sobre mi cuello amenaza,
pero que nunca podrá destruir la unidad de este mundo.

(Vicente Aleixandre, “Unidad en ella”)

lunedì 2 luglio 2007

Cambra de la tardor


La persiana, no del tot tancada, com
un esglai que es reté de caure a terra,
no ens separa de l'aire. Mira, s'obren
trenta-set horitzons rectes i prims,

però el cor els oblida. Sense enyor
se'ns va morint la llum, que era color
de mel, i ara és color d'olor de poma.
Que lent el món, que lent el món, que lenta
la pena per les hores que se'n van

de pressa. Digues, te'n recordaràs
d'aquesta cambra?
"Me l'estimo molt.
Aquelles veus d'obrers - Què son?"

Paletes:
manca una casa a la mançana.
"Canten,

i avui no els sento. Criden, riuen,
i avui que callen em fa estrany".

Que lentes
les fulles roges de les veus, que incertes
quan vénen a colgar-nos. Adormides,
les fulles dels meus besos van colgant
els recers del teu cos, i mentre oblides
les fulles altes de l'estiu, els dies

oberts i sense besos, ben al fons
el cos recorda: encara

tens la pell mig del sol, mig de la lluna.


(Gabriel Ferrater, "Cambra de la tardor")


Sebbene lo faccia soltanto implicitamente, anche in questo caso, come spesso accade, la poesia si interroga sul tempo. E lo fa sotto l'impulso del ricordo, nel quale si insinua, sommessamente, il germe della malinconia. Non è nostalgia, quanto, piuttosto, quell'inquietudine che accompagna ogni presente cupo, freddo, immobile, ogni tempo autunnale inesorabilmente statico e pesante.
E a nulla serve affidarsi ai ricordi se i ricordi non ricompongono alcun puzzle, se le foglie ricoprono l'antica spensieratezza e la luce lentamente si spegne. Ma alla fine - al fondo di ogni significato e dietro ogni poesia - il pensiero desiste e l'anima, incapace, lascia al corpo il compito di scovare un tenue, ma inestinguibile, barlume.