venerdì 7 dicembre 2007

I fondatori dell'alba



I fondatori dell'alba, di Renato Prada Oropeza

A cura di Antonio Melis

Traduzione di Katia Boccanera


Dalla prefazione di Antonio Melis:


Nel 1969 il Premio Casa de las Américas per il romanzo proietta a livello internazionale il nome del giovane scrittore boliviano Renato Prada Oropeza. Nonostante la stretta vicinanza con gli avvenimenti narrati, Prada Oropeza tratta il tema della guerriglia con un’operazione letteraria di grande ricchezza e complessità. Rifiuta decisamente il realismo tradizionale, legato a una rappresentazione cronachistica e lineare dei fatti. Sceglie invece di intrecciare i tempi e gli scenari, attraverso sovrapposizioni e alternanze che rispecchiano la sua adesione allo sperimentalismo narrativo ormai presente con forza nella letteratura ispanoamericana degli anni Sessanta. Ne risulta una sorta di mosaico o di caleidoscopio, che rende conto di una realtà profondamente lacerata. Nella caratterizzazione dei personaggi non c’è nessuna forma di schematismo ideologico, ma la volontà di comprendere dall’interno le loro opposte ragioni.
Le scene di guerra, descritte con grande maestria, sono precedute da alcuni antefatti essenziali per comprendere l’articolazione del romanzo. Uno dei combattenti nelle file della guerriglia è un ex-seminarista, che è entrato in conflitto con l’istituzione ecclesiastica e con la sua famiglia. Proprio il suo percorso profondamente cristiano lo ha portato a una scelta di lotta in cui si mette in gioco la stessa vita. C’è qui l’eco della teologia della liberazione che comincia ad essere elaborata proprio in quegli anni e, più in generale, della presa di coscienza rivoluzionaria di ampi settori cristiani in America Latina, in contrasto con una Chiesa ufficiale legata al potere ed estranea al mondo e alla sofferenza degli uomini. L’esempio più clamoroso fu allora quello del sacerdote colombiano Camilo Torres, proveniente da una delle famiglie dell’oligarchia, che si unì alla guerriglia, cadendo in battaglia.
Ma altrettanta attenzione viene dedicata agli uomini, di estrazione popolare, che partecipano alla repressione del movimento armato. Anche loro sono persone reali, con le loro miserie e le loro contraddizioni, e non semplici maschere del potere. Conoscono amicizie e amori e sviluppano forme intense di complicità e di lealtà verso chi condivide la loro sorte. Sono la punta più avanzata di una sfasatura fra la lotta dei guerriglieri, animata da forti ideali di giustizia e di internazionalismo, e l’indifferenza e la passività della popolazione, che culminerà nella delazione decisiva di un’anziana donna del popolo. Insieme ai guerriglieri, i soldati governativi sono parte di uno stesso meccanismo che sfugge ad ogni controllo ed è percorso dall’ombra inquietante della morte.
Il risultato complessivo è una coralità di voci dissonanti, che ci restituisce la tragedia vissuta quarant’anni fa dalla Bolivia nella sua integralità, attraverso l’uso sapiente della prima e della terza persona e l’inserimento di un diario che allude chiaramente a quello del Che. Proprio per questo il romanzo, scritto a ridosso di avvenimenti che hanno commosso il mondo, continua a conservare intatto il suo fascino. Il tempo, anzi, ha conferito rilievo ad alcune intuizioni di fondo di questo testo, sempre risolte attraverso la narrazione e non affidate a enunciazioni programmatiche astratte. E così, in queste pagine, non troviamo il teorico della guerriglia, ma il sognatore che, insieme a un pugno di altri sognatori, aveva inseguito l’utopia di un uomo nuovo.

0 commento/i: