martedì 15 maggio 2007

Lingue e gerarchie

Sono rimasto sbalordito dalle dichiarazioni espresse, alcuni giorni fa, dal vicepresidente della Real Academia Española, Gregorio Salvador. L'esimio filologo si è infatti prodotto in una assurda, anacronistica e imperialista apologia della globalizzazione linguistica (ABC, La Vanguardia, El País, El Mundo, Avui).

Alludendo alla persecuzione subita dalle minoranze linguistiche durante il franchismo, Salvador ha dichiarato: "Imponer, como se hizo en la dictadura, una lengua que hablan 400 millones de personas, es menos grave para las víctimas del atropello que imponerles, como se hace ahora, una lengua de un millón y medio o de tres millones de hablantes".

Non voglio entrare nel merito di una questione tanto appassionante quanto intricata, qual è quella della lingua di insegnamento in alcune comunità autonome, ma non credo che, se anche si potesse misurare il prestigio di una lingua, lo si possa fare utilizzando, come metro di valutazione, il numero di persone che la parlano. Già di per sé, l'accostamento con una situazione politica contraddistinta da gravi e ingiustificabili repressioni, come quella del franchismo, mi sembra un'uscita estremamente infelice; figuriamoci, poi, stabilire un criterio che istituisca delle gerarchie tra le lingue, e che lo faccia attraverso dei criteri strettamente quantitativi.

Del resto, per Salvador "las lenguas no son iguales; sirven fundamentalmente para comunicarse, y no es lo mismo una que permite hacerlo con tres millones de personas que otra que sirve para hablar con cuatrocientos millones". Mi chiedo, allora, che cosa aspetti a trasferirsi in Estremo Oriente e chiedere semmai un ruolo istituzionale presso l'accademia della lingua cinese o istituto simile, vista l'indiscussa supremazia che già possiede il mandarino a livello planetario e che si appresta a consolidare man mano che la crescita economica di cui la Cina è protagonista obbligherà molti dei suoi interlocutori commerciali a comunicare attraverso la loro lingua.

Ne avrei molte di domande, e alcune le vorrei rivolgere al Sig. Arturo Pérez Reverte, fido accompagnatore di Salvador in questa crociata contro le lingue coofficiali della Spagna. Mi resta difficile immaginare che la letteratura, quando non rappresenta solamente lo smisurato narcisismo di un autore, possa scaturire indistintamente da una lingua piuttosto che da un'altra, perché la lingua non è, se la si considera veicolo di cultura (ed è in questa veste che spesso hanno avuto origine degli indiscussi capolavori), un mero strumento di comunicazione.

Per concludere, nella stessa occasione Salvador ha rimproverato l'Ayuntamiento di Madrid per aver ripetutamente utilizzato la parola inglese "by-pass" piuttosto che la forma castiglianizzata "baipás". Sono d'accordo, anch'io invoco un maggior purismo per la lingua italiana. Rievocando un proprio intervento al cuore, l'accademico ha inoltre ricordato come il chirurgo avesse utilizzato correttamente la versione castiglianizzata, scrivendo nel referto il termine "baipás" piuttosto che "by-pass". "Como Dios manda", ha aggiunto Salvador.

Ora capisco il suo astio per le lingue coofficiali. In fondo, si sa (e lo conferma il dizionario): in Catalogna non si parla cristiano...

(Per chi volesse approfondire, consiglio questo articolo di Jordi Sánchez)

0 commento/i: