venerdì 24 ottobre 2008

El verbo eran las palabras



En el principio era el verbo
y el verbo no era dios
eran las palabras
frágiles transparentes y putas
cada una venía con su estuche
con su legado de desidia
era posible mirarlas al trasluz
o volverlas cabeza abajo
interrogarlas en calma o en francés
ellas respondían con guiños cómplices y corruptos
qué suerte unos pocos estábamos en la pomada
éramos el resumen la quintaesencia el zumo
ellas las contraseñas nos valseaban el orgasmo
abanicaban nuestra modesta vanidad
mientras el pueblo ese desconocido
con calvaria tristeza decía no entendernos
no saber de qué hablábamos ni de qué callábamos
hasta nuestros silencios le resultaban complicados
porque también integraban la partitura excelsa
ellas las palabras se ubicaban y reubicaban
eran nuestra vanguardia y cuando alguna caía
acribillada por la moda o el sentido común
las otras se juntaban solidarias y espléndidas
cada derrota las ponía radiantes
porque como sostienen los latinoamericanos del boul mich
la gran literatura sólo se produce en la infelicidad
y solidarias y espléndidas parían
adjetivos y gerundios
preposiciones y delirios
con los cuales decorar el retortijón existencial
y convertirlo en oda o nouvelle o manifiesto
las revoluciones frustradas tienen eso de bueno
provocan angustias de un gran nivel artístico
en tanto las triunfantes apenas si alcanzan
logros tan prosaicos como la justicia social

en el después será el verbo
y el verbo tampoco será dios
tan sólo el grito de varios millones de gargantas
capaces de reír y llorar como hombres nuevos y mujeres nuevas

y las palabras putas y frágiles
se volverán sólidas y artesanas
y acaso ganen su derecho a ser sembradas
a ser regadas por los hechos y las lluvias
a abrirse en árboles y frutos
a ser por fin alimento y trofeo
de un pueblo ya maduro por la revolución y la inocencia.

(Mario Benedetti, "El verbo")

giovedì 9 ottobre 2008

Instant Karma! (Happy birthday)

Non so se fosse voluto, oppure no. Perché già è, di per sé, un brano relativamente raro, se non altro per figurare, all'interno del repertorio lennoniano, tra i successi post-beatlesiani. Insomma, non so se stasera, nel corso di una trasmissione televisiva, le note di Instant Karma! siano state utilizzate di proposito o si debbano, piuttosto, a una mera coincidenza.

Ad ogni modo, l'effetto è stato duplice. O meglio, triplice: ricordarmi questa stupenda canzone di John Lennon; ricordarmi, altresì, che egli oggi avrebbe compiuto gli anni; infine, spingermi ad annotarlo su questo blog, se non altro perché a John Lennon, questo blog, deve - quanto meno - il nome.



Instant karma's gonna get you
Gonna knock you right on the head
You better get yourself together
Pretty soon you're gonna be dead
What in the world you thinking of?
Laughing in the face of love
What on earth you tryin' to do?
It's up to you, yeah you

Instant karma's gonna get you
Gonna look you right in the face
Better get yourself together darlin'
Join the human race
How in the world you gonna see?
Laughin' at fools like me
Who in the hell d'you think you are?
A super star?
Well, right you are

Well, we all shine on
Like the moon and the stars and the sun
Well, we all shine on
Everyone, come on

Instant karma's gonna get you
Gonna knock you off your feet
Better recognize your brothers
Everyone you meet
Why in the world are we here?
Surely not to live in pain and fear
Why on earth are you there?
When you're everywhere
Come and get your share

Well, we all shine on
Like the moon and the stars and the sun
Yeah, we all shine on
Come on and on and on on on
Yeah, yeah, alright

Well, we all shine on
Like the moon and the stars and the sun
Yeah, we all shine on
On and on and on on and on

Well, we all shine on
Like the moon and the stars and the sun
Well, we all shine on
Like the moon and the stars and the sun
Well, we all shine on
Like the moons and the stars and the sun
Yeah, we all shine on
Like the moon and the stars and the sun

(John Lennon, Instant Karma!)

sabato 30 agosto 2008

Peix de cera

(24 d'agost)


Per no haver escrit el poema,
el lector es queda sense saber

en què podria consistir aquest
peix de cera.


(Joan Brossa, “Peix de cera”)


Ogni foto non scattata, come recita un vecchio slogan pubblicitario, è un ricordo che non c’è. Io, però, non sono totalmente d’accordo, soprattutto quando la brevità e/o l’intensità dell'istante esigono una dedicazione assoluta, dalla contemplazione di un’eclissi solare a momenti meno singolari ma altrettanto stupefacenti. La fotografia, infatti, sarà in quel caso incorporea, ma altrettanto efficace nel rallegrarci, o assillarci, attraverso il ricordo.


Per sapere cosa viene a mancare per ogni componimento poetico non scritto - e sapere, pertanto, a quale perdita potenziale andrebbe incontro il lettore - bisognerebbe sapere cosa sia la poesia. In molti si lanciano, prima o poi, alla ricerca di definizioni, incontrandone una veritiera soltanto nella misura in cui sarà concretamente applicabile alla propria esperienza.


Forse, però, la poesia si può spiegare soltanto attraverso la poesia, laddove le parole siano solo un modo per oscillare, ininterrottamente, tra il dire e il fare:



Entre lo que veo y digo,
Entre lo que digo y callo,
Entre lo que callo y sueño,
Entre lo que sueño y olvido
La poesía.
Se desliza entre el sí y el no:
dice
lo que callo,
calla
lo que digo,
sueña
lo que olvido.
No es un decir:
es un hacer.
Es un hacer
que es un decir.
La poesía
se dice y se oye:
es real.
Y apenas digo
es real,
se disipa.
¿Así es más real?
Idea palpable,
palabra
impalpable:
la poesía
va y viene
entre lo que es
y lo que no es.
Teje reflejos
y los desteje.
La poesía
siembra ojos en las páginas
siembra palabras en los ojos.
Los ojos hablan
las palabras miran,
las miradas piensan.
Oír
los pensamientos,
ver
lo que decimos
tocar
el cuerpo
de la idea.
Los ojos
se cierran

Las palabras se abren.


(Octavio Paz, “Decir, hacer”)

mercoledì 27 agosto 2008

fracasadas sintaxis

(17 d'agost)

Mi torna in mente, a volte, quando passo per il Raval (o, meglio ancora, Barrio Chino). Del resto, Barcellona abbonda di memorie letterarie. Qualche giorno fa mi sono anche sentito in dovere di fare un salto a Santa Maria del Mar. Eppure, nonostante la gradevolezza di intreccio e narrazione, che quei luoghi siano rimasti esclusivamente “miei” la dice lunga sulla validità del romanzo (no creo que haga falta indicar el título), ma anche sulla vitalità di certi ricordi di una mezza estate barcellonese.


Con il Raval – o Barrio Chino (c’è una ragione per la pedanteria) –, però, è diverso. Così come con la Boqueria. Anche lì, nel corso di questo breve soggiorno, ci capito di frequente. I sapori, gli odori, i colori del mercato risvegliano intriganti fantasie gastronomiche, non sempre degnamente saziate. Mi manca l’abilità e la pazienza di un Carvalho, ma per fortuna mi salva un rigore enologico ormai ai limiti dell’intransigenza.


Forse è per questo, per questo e per tanti altri motivi, che, da quel mare di parole da cui mi sto lasciando impetuosamente sommergere, “stanotte – ho pensato – quasi quasi lascio affiorare questi versi di Manuel Vázquez Montalbán”:


Hay mujeres que hacen daño
en el pecho del que muere
al contemplar
la contención exacta de su carne
la refrigeración
blanda de sus cabellos limpios
y el pretexto caedizo de sus ropas

otras
tienen los ojos tristes pero hermosos
o un bello lomo para un torpe frente
o dos piernas
sin cansancio muscular columnas
de seguro cielo

otras sólo tienen
dos senos a punto de abrirse por su peso
de fruta para labios agostados
para manos
sin otro mundo que llevarse al alma

y en ocasiones
sólo un seno es hermoso sólo un hombro
sólo un vencimiento de la piel
sólo los labios

pero siempre hay un hombre enamorado de tanto o de tan poco
enamorado fugaz o consecuente ama
las pequeñas patrias de una noche
sin clarines
frente a unos párpados cerrados murmullos
fracasadas sintaxis

respetad las plantas
y los cuerpos donde el deseo se descansa
del infinito miedo a todos los olvidos.

(Manuel Vázquez Montalbán, "Reflexión moral sobre la anatomía")

lunedì 28 luglio 2008

Dev'essere per forza così

(Qualche settimana fa)


Di tutto quanto, della Mora, di quella vita di noialtri, che cosa resta? Per tanti anni mi era bastata una ventata di tiglio la sera, e mi sentivo un altro, mi sentivo davvero io, non sapevo nemmeno bene perché. Una cosa che penso sempre è quanta gente deve viverci in questa valle e nel mondo che le succede proprio adesso quello che a noi toccava allora, e non lo sanno, non ci pensano. Magari c'è una casa, delle ragazze, dei vecchi, una bambina - e un Nuto, un Canelli, una stazione, c'è uno come me che vuole andarsene e far fortuna - e nell'estate battono il grano, vendemmiano, nell'inverno vanno a caccia, c'è un terrazzo - tutto succede come a noi. Dev'essere per forza così. I ragazzi, le donne, il mondo, non sono mica cambiati. Non portano più il parasole, la domenica vanno al cinema invece che in festa, danno il grano all'ammasso, le ragazze fumano - eppure la vita è la stessa, e non sanno che un giorno si guarderanno in giro e anche per loro sarà tutto passato.

(Cesare Pavese, La luna e i falò)

giovedì 29 maggio 2008

Sola, la tua voce, mi nuoce

Non è raro che di una poesia mi colpisca in particolar modo la chiusura, soprattutto quando l'autore riesce a condensare, in un unico verso, tutta la carica emotiva dispiegata nel resto del componimento:

vengo, con la presente, a te, per chiederti formalmente di esentarmi d’urgenza
dal comunicare, con te, per telefono: (io non posso battere zuccate disperate,
contro il primo muro che mi trovo a disposizione, ogni volta, capirai,
appena mollo giu’ il ricevitore):
(perché, mia diletta, io non saprò mai
separare, stralciandole, le tue parole, a parte, dai tuoi gomiti, dai tuoi alluci,
dalle tue natiche, da tutta te): (da tutto me):
sola, la tua voce, mi nuoce.

(Edoardo Sanguineti, "Vengo, con la presente")

"Sola, la tua voce, mi nuoce"... ovvero: bisogno estremo di (con)tatto, impellente necessità relazionale fondata su una corporeità, quella dell'amata, insostituibile da qualsivoglia parola, e incapacità di sostenere il distacco che si ricrea al termine di ogni conversazione.

Questa stupenda poesia, tuttavia, mi richiama alla mente una canzone (apparentemente?) di segno opposto. È il titolo, in questo caso, a condensare il messaggio esplicitato nel testo: in Please Call Me Baby, Tom Waits (che tra l'altro a luglio si esibirà anche a Barcellona e a Milano) invoca disperatamente un contatto telefonico, unico mezzo per riuscire (o provare) a colmare una distanza fisica altrimenti lacerante, e ricostruire un rapporto a quanto sembra ormai compromesso:

The evening fell just like a star
Left a trail behind
You spit as you slammed out the door
If this is love we're crazy
As we fight like cats and dogs
But I just know there's got to be more

So please call me, baby
Wherever you are
It's too cold to be out walking in the streets
We do crazy things when we're wounded
Everyone's a bit insane
I don't want you catching your death of cold
Out walking in the rain

And I admit that I ain't no angel
I admit that I ain't no saint
I'm selfish and I'm cruel but you're blind
If I exorcise my devils
Well my angels may leave too
When they leave they're so hard to find

(Chorus)

And we're always at each other's throats
You know it drives me up the wall
But most of the time I'm just blowing off steam
And I wish to God you'd leave me
Baby I wish to God you'd stay
Life's so different than it is in your dreams

(Chorus)



P.s. Ho trovato questa auto-intervista, appena pubblicata sul Corriere della Sera ("Le confessioni di Tom Waits" 1, 2, 3, 4, 5). C'è una risposta che non può non colpire chi, leggendo e rileggendo On the Road di Jack Kerouac, ha fatto del viaggio il mito della propria adolescenza: "Mia moglie ed io sulla Route 66 con una tazza di caffè, una chitarra da quattro soldi, un registratore preso dal rigattiere, una stanza del Motel 6, e una macchina in buone condizioni parcheggiata davanti alla porta". Ah, la domanda? "Che cos’è il paradiso per lei?"

martedì 27 maggio 2008

Oh yeah, we gotta sing

Oggi mi ronza in testa questa canzone. "Ronzare" non parrebbe proprio un verbo adeguato, ma le lingue sono belle anche per la loro stravaganza. Se dicessi mi "gira" in testa, o mi "frulla" in testa, le cose non cambierebbero di molto.

Dicevo... oggi è tutto il giorno che canticchio questa canzone. Non che ci sia una precisa motivazione, né ce ne sono per tornare a scrivere in questo blog, che periodicamente mi riprometto di oscurare.

Ma i Supertramp si conoscono troppo poco, e chissà che anche una breve citazione come la presente non possa contribuire a scrollare un po' di polvere dalle loro note. Anche se di polvere, chiaramente, le note non ne accumulano. Non perché siano eteree, ma perché gli anni non incidono sull'arte così come sulle persone, ahimé... (ahinoi)

Give a little bit, del "lontano" 1977, è una canzone deliziosa nella sua semplicità: dalla chitarra acustica, che la accompagna in tutta la sua durata, al vigoroso attacco di batteria; dall'energico bridge, corredato da un intrigante assolo di sassofono, al messaggio celato nelle parole. Non c'è che dire, una meravigliosa colonna sonora.


Give a little bit
Give a little bit of your love to me
I'll give a little bit
I'll give a little bit of my love to you
There's so much that we need to share
So send a smile and show you care

I'll give a little bit
I'll give a little bit of my life for you
So give a little bit
Give a little bit of your time to me
See the man with the lonely eyes
Take his hand, you'll be surprised

Give a little bit
Give a little bit of your love to me
I'll give a little bit
I'll give a little bit of my life for you
Now's the time that we need to share
So find yourself, we're on our way back home

Going home
Don't you need to feel at home?
Oh yeah, we gotta sing